Due ore. È stato il tempo necessario agli scerpa della maggioranza, riuniti nella sede di Fratelli d’Italia di via della Scrofa su richiesta di Forza Italia, per rimettere in piedi l’accordo sulla legge elettorale. Quello che il 14 luglio scorso era saltato in aula alla Camera.
Il contentino dell’alternanza di genere per rimettere in piedi l’accordo
L’intesa raggiunta ricalca nella sostanza il testo naufragato a Montecitorio, con una variante pensata proprio per disinnescare le polemiche di genere che avevano accompagnato la vicenda: l’alternanza tra uomini e donne nei capilista verrà rafforzata, con una proporzione del 60 e 40%, estesa anche ai collegi uninominali del Trentino Alto Adige.
Confermato invece l’impianto sulla doppia candidatura: chi si presenta come capolista per il premio di maggioranza dovrà mantenere questo ruolo anche nei collegi plurinominali, e se il posto risultasse già occupato, scatterebbe la collocazione nelle posizioni immediatamente successive, secondo la formula messa a punto alla Camera con l’emendamento firmato da Galeazzo Bignami.
Un accordo che FdI vuole blindare, dopo la débâcle di luglio, quando il voto segreto affossò alla Camera l’emendamento sottoscritto anche da Noi Moderati e Udc, che introduceva la possibilità di barrare fino a tre preferenze, mantenendo però il capolista bloccato.
Giorgia Meloni, insofferente al pressing delle opposizioni che avevano chiesto lo scrutinio segreto su decine di emendamenti, aveva sfidato l’aula a “metterci la faccia” e votare a viso scoperto. Le opposizioni non avevano ceduto, il voto segreto era stato confermato, e la scommessa della premier si era rivelata perdente.
Un emendamento comune di tutto il centrodestra
Inoltre, quella débâcle si era incrociata anche con il voto sulle intercettazioni. Morale? Il dossier era rimasto congelato. Fino all’incontro di ieri. La novità politicamente più rilevante riguarda la firma. A differenza di quanto avvenuto a Montecitorio, stavolta il testo dovrebbe essere sottoscritto da tutte le forze della maggioranza, Lega e Forza Italia comprese: un modo per blindare politicamente il voto e rendere più complicato, almeno sulla carta, il ripetersi di fughe nel segreto dell’urna.
Non tutti, però, sono disposti a leggere l’accordo come una svolta. “Più che un accordo sembra la conferma di un disaccordo”, scrive l’Avs Filiberto Zaratti, ricordando che la maggioranza avrebbe semplicemente ritrovato l’intesa su un emendamento già bocciato in aula.
Per Zaratti le contraddizioni interne al centrodestra restano tutte aperte, “per ora ricompattate dalla paura di Vannacci”: un riferimento al leader di Futuro Nazionale, che a luglio aveva pubblicamente sfidato Meloni a “tirare fuori gli attributi” per far votare la sua proposta di preferenze senza capolista bloccato, ben più ambiziosa di quella poi affondata dai franchi tiratori.
Resta da vedere se il fronte ricompattato in via della Scrofa terrà anche nell’aula di Palazzo Madama, dove il voto segreto è sempre un’arma a disposizione di chi, dentro o fuori la maggioranza, volesse ripetere lo sgambetto di luglio.