L’eredità che Barack Obama lascia al suo successore. Alcune luci e le tante ombre di otto anni alla Casa Bianca: dalla sanità all’Isis

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È stato, senza dubbio, un periodo di grandi cambiamenti per l’America. Perché 8 anni da presidente degli Stati Uniti non sono certo pochi. Ma ora Barack Obama è pronto a passare il testimone a Hillary Clinton, come si augura, o al repubblicano Donald Trump. E per lui, il primo inquilino afroamericano della Casa Bianca, è tempo di bilanci. Dalla politica estera all’economia, dalla sanità (con l’Obamacare che il candidato del Gop vuole abolire) alle disuguaglianze in aumento malgrado le politiche sociali adottate dal 2008 ad oggi. Che America lascia a chi verrà dopo di lui? E quali sono le sfide che attendono la Clinton o Trump?

GLI ERRORI
“La politica estera di Obama è stata un grande fallimento”, spiega a La Notizia Massimo Magliaro, ex presidente di Rai Corporation e giornalista esperto di politica americana. “Dalla Libia alla Siria fino all’Iraq: il fronte dell’impegno militare americano si è allargato e non ristretto”, aggiunge. Lo stesso discorso vale anche per i rapporti con l’Europa. “Obama ha tentato fino all’ultimo di far varare il Ttip, un trattato che penalizza, fra gli altri, anche il commercio italiano. E se vincesse la Clinton le cose non sembrano destinate a cambiare”. C’è poi il rapporto con la Russia. “Lo definirei drammatico – dice Magliaro –. Anziché fare fronte comune con Vladimir Putin in chiave anti-Isis ha deciso di dare vita ad un muro contro muro senza spiegazioni e assolutamente controproducente”. Per Sergio Vento, già rappresentante italiano presso l’Onu e ambasciatore italiano a Washington dal 2003 al 2005, quella che il presidente uscente lascia è “un’America disillusa e scettica, che oggi si troverà a scegliere il male minore”. Il fenomeno razziale, ricorda il diplomatico, “è riesploso pesantemente e questo a uno come Obama non può certo far piacere”. Mentre sul piano delle relazioni internazionali “il bilancio è molto pesante”, aggiunge Vento: “Pur commettendo degli sbagli, George W. Bush lasciò un rapporto fra Usa e Russia e fra Usa e Cina gestibile e gestito, mentre oggi ci ritroviamo con una situazione in Medio Oriente a dir poco caotica, con un deterioramento del rapporto con alleati tradizionali come Turchia e Israele. E anche la diffidenza reciproca con l’Iran, nonostante l’accordo sul nucleare, non è certo scomparsa”. E con l’Europa? “Anche in questo caso il bilancio non è positivo. Evidentemente, all’inizio, Obama aveva forse sottovalutato quelli che erano gli ostacoli sia sul fronte interno che internazionale, non potendo contare su quel tipo di consenso che si era promessa di costruire e ricostruire”.

FRONTE INTERNO
Sul fronte interno, invece, le cose sembrano essere andate meglio. “Obama lascia un’America che dal punto di vista economico è in condizioni migliori rispetto a otto anni fa”, dice Giampiero Gramaglia, dell’Istituto Affari internazionali (Iai). “Il Paese è uscito dalla crisi e ha tassi di crescita molto migliori se confrontati con quelli europei”. Anche se “di questo miglioramento alcune fasce della popolazione hanno beneficiato meno, in particolare i bianchi, che non a caso sono i grandi elettori di Trump”. Senza contare la situazione dei neri. “È un’America è più divisa lungo il crinale razziale di quanto non lo fosse prima”, conclude Gramaglia.

Twitter: @GiorgioVelardi