Scontro Letta-Meloni sui magistrati in politica. Ma li candidano tutti. Da Maresca alla Matone ad Emiliano. Le porte girevoli non finiscono mai

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Da magistrato a candidato in politica, il passo è breve. Lo dimostra, come se ce ne fosse ancora bisogno, il curioso scambio di accuse tra il Pd e il centrodestra che si rinfacciano a vicenda il ricorso ad alcune toghe in vista delle prossime elezioni amministrative. A lanciare il sasso è stato il segretario dem, Enrico Letta, secondo cui “il centrodestra ha candidato due magistrati: peccato che questi hanno preso decisioni proprio nei luoghi in cui si candidano ed hanno accesso a tutti i dati sensibili della terra” in cui concorrono, aggiungendo che “su questo c’è un buco nelle leggi italiane”.

Il riferimento, tutt’altro che velato, è alla candidatura nel centrodestra di Catello Maresca a sindaco di Napoli e di Simonetta Matone a vicesindaca di Roma. Una dichiarazione a cui ha risposto a stretto giro la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, che ha tuonato: “Letta ritiene una anomalia che un giudice si candidi come sindaco quando è in funzione? E non se ne era accorto quando si sono candidati Michele Emiliano, Luigi De Magistris e Antonio Ingroia? È il classico due pesi e due misure della sinistra italiana”.

Che l’uso delle toghe non sia una novità nella politica italiana, tanto a destra quanto a sinistra, è noto da tempo. Maresca e Matone non sono che gli ultimi casi di magistrati che hanno deciso di scendere in campo, chiedendo un periodo di aspettativa al Csm per essere pronti, in futuro, a rivestire la toga. Una situazione ben diversa, nonostante la dichiarazione della Meloni, da quella di De Magistris che entrò in politica con l’Italia dei Valori dell’ex pm Antonio Di Pietro, venendo eletto all’europarlamento.

Nonostante l’incarico a Bruxelles, non di certo a Catanzaro dove aveva vestito la toga, decise di lasciare definitivamente la magistratura già nel 2009. Due anni più tardi si candida a sindaco di Napoli, territorio in cui non ha mai esercitato la professione di magistrato, dove ottiene una vittoria schiacciante e quest’anno, come noto, si è candidato per le prossime regionali in Calabria. Territorio, questo, dove è vero che ha vestito la toga ma sono passati quasi dodici anni e nel frattempo ha pure appeso la toga al chiodo.

Scelta analoga fatta anche da Ingroia che anche lui si è dimesso dalla magistratura a differenza del governatore dem della Puglia Emiliano che, invece, ha preferito mettersi in aspettativa. Ma guai a pensare che il fenomeno riguardi solo il centrosinistra. Un caso su tutti è quello di Forza Italia con Silvio Berlusconi che ha potuto annoverare tra le sue fila diverse ex toghe come l’ex parlamentare Nitto Palma e l’attuale presidente della Commissione contenziosa del Senato, Giacomo Caliendo.

LA SOLUZIONE. Sembra quasi che più passa il tempo, più aumentano i magistrati che decidono di candidarsi. Un’invasione contro cui la politica ha spesso tuonato, salvo poi girarsi dall’altra parte nonostante la soluzione è sotto gli occhi di tutti e consiste nel mettere fine alle cosiddette porte girevoli, come voleva fare l’ex guardasigilli Alfonso Bonafede, tra consiglieri del Csm ed ex membri del governo o del Parlamento.

Peccato che nella proposta della Commissione guidata dal costituzionalista Massimo Luciani, questa fondamentale tematica è sparita del tutto con quello che i 5 Stelle già definiscono un tradimento. Dal testo degli esperti, infatti, sparisce il divieto assoluto per chi si candida a rientrare in magistratura al termine dell’esperienza politica. Un reintegro per il quale viene proposta l’introduzione di limiti territoriali, ossia per esercitare funzioni giudiziarie basterà cambiare regione, che sembrano tutt’altro che sufficienti per dirimire una questione tanto complessa.