L’Europa dell’in-flessibilità

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Di Lapo Mazzei

Il vero problema del governo Renzi, non certo l’unico scrutando l’agenda che turba il sonno dell’inquilino di Palazzo Chigi, è stabilire con certezza se ci sarà o no una manovra correttiva per rimettere in riga i conti dello Stato. I soldi sono pochi e le certezze ancora meno, dato che l’Europa non perde occasione per gettare acqua gelata sui bollenti ardori dell’esecutivo. Ma nonostante questo quadro non proprio esaltante, al di là dell’ottimismo di facciata della banda Renzi, c’è chi è costretto, per contratto non certo per vocazione, a confutare i fatti, sostenendo il contrario. Un ruolo, quello del pompiere, che il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, sta interpretando con una prova da Oscar. “C’è pieno accordo sul fatto che la crescita in Europa vada perseguita con tutti gli strumenti possibili, ma all’interno di un sistema di regole esistenti”, spiega il titolare del dicastero di via XX Settembre, a margine della conferenza stampa congiunta col Commissario Siim Kallas, al termine del suo primo Ecofin come presidente di turno. Dunque un palcoscenico di primissimo livello. Il Ministro ha parlato di una “discussione costruttiva”, riferendosi allo scambio di opinioni che i Ventotto hanno avuto sulle priorità economiche della Presidenza italiana. La strategia del semestre, secondo quanto spiegato da Padoan, è stata accolta “con ampio favore dal Consiglio” perché si basa su una “migliore integrazione, in linea con l’Europa 2020, su delle riforme strutturali come base per una crescita economica forte in tutti i paesi e su degli strumenti finanziari che diano sostegno agli investimenti, sia pubblici che privati”. Ed è proprio “l’interazione tra questi tre pilastri” che per Padoan sarà il volano della crescita Ue.

Investimenti digitali
Tutto appianato dunque? Manco per sogno. Nel corso della stessa conferenza stampa è stato sollevato il punto dello scomputo dal deficit di bilancio di alcune spese legate agli investimenti, come quelle per le infrastrutture digitali. L’idea, in realtà, era stata lanciata dal premier Renzi, impegnato a Venezia, per il “Digital Venice 2014”. Per il Commissario Kallas, a cui è stato affidato il portafoglio degli Affari economici, precedentemente nelle mani di Olli Rehn, “non c’è differenza tra le spese, e non ci sono spese positive e spese negative”. “Atteniamoci alle regole”, ha insistito, “ci sono molte possibilità per sostenere le riforme all’interno del Patto di Stabilità e Crescita, che è un pilastro della fiducia e che è stato di grande servizio anche per i paesi più fragili”. Insomma, calma con i facili entusiasmi. Argomenti, quelli dei distinguo e delle precisazioni messi sul tavolo dal commissario europeo, che danno benzina al motore delle polemiche. “Dal vertice Ecofin abbiamo due conferme molto negative”, sostiene l’esponente di Forza Italia, Daniele Capezzone, presidente della commissione Finanze della Camera, “il pieno allineamento del governo italiano sulla posizione tedesca e la questione della conferma degli “sforzi aggiuntivi, anche nel 2014, richiesti all’Italia nelle raccomandazioni approvate dal Consiglio europeo di giugno”, spiega il deputato azzurro, “tutto molto negativo, con buona pace di chi cercherà di minimizzare”.

Il semestre italico
Già, minimizzare. Soprattutto durante il semestre europeo. Poi si vedrà. Perché sarà pure un caso, ma se il ministro delle Finanze della Germania pianta i paletti sulla flessibilità nei conti pubblici in cambio di riforme, vorrà dire pur qualcosa. “Le riforme strutturali non devono essere una alternativa, una scusa per non fare il risanamento dei bilanci”’ su cui gli Stati sono impegnati, ha affermato Wolfgang Schaeuble al termine dell’Ecofin a Bruxelles, secondo quanto riporta Bloomberg. Il tutto mentre all’avvio della presidenza italiana dell’Ue, su impulso del nostro ministro dell’Economia, la discussione è stata incentrata su come si potrebbero “incentivare” le riforme strutturali nei paesi, cercando di sfruttare la flessibilità prevista dal Patto di Stabilità e di crescita, ovvero dal documento che fissa le regole sulla gestione dei conti pubblici. Segnali di apertura, molto cauti e condizionati, sono giunti dal presidente dell’Eurogruppo, l’olandese Jeroen Dijsselbloem. “‘Se le riforme strutturali ci sono veramente, non solo promesse ma attuate”, ha detto, “con un effettivo impatto sul bilancio, questo potrebbe fare sì che ad un paese venga concesso più tempo” sul risanamento. E’ un po’ come ai mondiali di calcio, dobbiamo attaccarci all’Olanda per sfuggire all’abbraccio mortale della Germania.