Lo Spread mette paura. Ma con Draghi è vietato solo parlarne. Differenziale ai massimi dal 2019. L’effetto Supermario è finito da un pezzo

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Lo spread, il differenziale di rendimento tra titoli di stato decennali italiani ed equivalenti tedeschi, oggi è tornato a crescere. Ma non ne parla nessuno. Ora che a Palazzo Chigi c’è Mario Draghi, l’uomo del whatever it takes, lo spread non fa più paura.

Continua la lenta e silenziosa risalita dello spread. Ieri ha chiuso a 182 punti base

Eppure continua la sua lenta e silenziosa risalita. Con l’effetto di far diventare più salato il costo del debito per un Paese con un indebitamento monstre come l’Italia. Ieri lo spread ha chiuso a 182 punti base. Il rendimento del decennale italiano è salito al 2,709%, rispetto al 2,56% della vigilia, portandosi ai livelli di maggio 2019.

A febbraio scorso il premier ha detto che “gli spread sono aumentati per molti Paesi in Europa, non per tutti, ma l’aumento dello spread italiano è inferiore ad altri”. Sebbene abbia avvertito: “Questo non deve nascondere che partiamo da una base di spread molto più alta e da un volume di debito pubblico molto più alto. Bisogna spendere bene, vigilare sui conti, vigilare sul debito”.

A gennaio il differenziale tra Btp-Bund risultava in salita da ottobre di oltre il 30%

Eppure a gennaio lo spread Btp-Bund risultava in salita da ottobre di oltre il 30%. Meno di quello greco (+50%), ma decisamente di più di quelli spagnolo, portoghese per non parlare della Francia. A lungo un indicatore conosciuto soltanto dagli specialisti, lo spread è entrato nelle nostre vite nell’estate del 2011. Erano i tempi del Governo Berlusconi. E del record che si toccò il 9 novembre 2011 con 575 punti. Record che provocò le dimissioni di Berlusconi e aprì la strada al Governo Monti.

La situazione rientrò nei ranghi della normalità dopo diversi anni e diversi Governi. A raffreddare la corsa dello spread, ma anche di questo non si parla, è stato il Governo Conte bis. Col governo gialloverde (il primo presieduto da Conte) nel 2018 lo spread viaggia a quota oltre 200 punti. A infiammare i mercati è la Lega con le esternazioni di esponenti come Claudio Borghi che arriva a minacciare l’Italexit. A ottobre 2018 in contemporanea alla presentazione della Finanziaria lo spread torna sopra 300 punti: sono i tempi della battaglia sul deficit tra il governo gialloverde e la Commissione Ue.

La svolta, dicevamo, avviene con il Conte II. A fine 2019 il Governo giallorosso raffredda le tensioni sul debito e lo spread chiude l’anno a circa 160 punti. Il 2020 è l’anno della pandemia. Eppure, a parte una parentesi in cui lo spread a marzo impenna (oltre quota 300) per l’improvvida uscita della presidente della Bce, Christine Lagarde (“Non siamo qui per ridurre gli spread”), il tanto bistrattato Conte riesce a tenere la situazione sotto controllo, nonostante il debito abbia raggiunto un alto livello per le misure messe in campo per arginare la crisi scatenata dal Covid.

E lo spread chiude il 2020 a quota 108 punti. Questa l’eredità che Conte lascia a Draghi. Oggi invece un Migliore (Renato Brunetta, ministro della Pa) sostiene che uno scostamento di bilancio, che consentirebbe di mettere a terra interventi per ridare fiato a imprese e famiglie, non si può fare perché farebbe aumentare lo spread. Un’affermazione che provoca l’ira dei 5Stelle.

“Il Governo – dice Mario Turco, vicepresidente del M5S – si impegni affinché la Bce mantenga una politica espansiva, smentisca il ministro, superi vecchi steccati austeritari già condannati dalla storia e intervenga subito con un ingente scostamento di bilancio per proteggere il Paese e garantirgli il rilancio che merita, esattamente come fatto nel 2020 dal governo Conte II, che ha così gettato le premesse per la crescita record del 6,6 per cento del Pil nel 2021. Quella stessa crescita che ancora oggi sta tenendo a galla il Paese”.