Maggioranza allo sbando. Così fare le riforme è impossibile. Il politologo Revelli: i parlamentari ne hanno abbastanza. “Trattati da Draghi come un banchiere tratta i pezzenti”

DRAGHI REVELLI
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Il Governo ieri è andato sotto e la maggioranza si è spaccata (leggi l’articolo), tra l’altro, su due temi caldi come i finanziamenti all’ex Ilva di Taranto e il tetto all’uso del contante. Marco Revelli, storio e politologo, l’esecutivo è allo sbando?
“Non c’è dubbio che Draghi come presidente del Consiglio e il suo Governo sono usciti molto ammaccati nelle ultime settimane, in particolare nella settima successiva al 24 gennaio con lo spettacolo cui abbiamo assistito dell’elezione del presidente della Repubblica. Che ha inferto un vulnus a Mario Draghi che si era candidato e ai partiti che lo sorreggono e che si sono sbandati, divisi e persi per strada. Era prevedibile che il cammino successivo del Governo sarebbe stato claudicante. È una maggioranza troppo larga ed eterogenea per riuscire a produrre politiche efficaci. Che poi vada sotto è davvero grottesco, vuol dire che si disunisce e lo fa su temi sensibili. La questione del tetto al contante è un grande regalo agli evasori. La questione di Taranto è scandalosa. Quel mostro dovrebbe essere chiuso come avverrebbe in qualsiasi Paese civile. Ma devo dire che tira un’aria brutta su tutte le questioni”.

Vale a dire?
“A cominciare dall’alta Corte con la presidenza di Giuliano Amato che ha già dato tre colpi. Ha bocciato i due referendum più popolari (cannabis e eutanasia, ndr) che avrebbero rappresentato un tentativo di riavvicinare la politica al paese. E sono stati bocciati con argomentazioni capziose o davvero da dottor Sottile votato a cattiva causa. E viceversa sono stati accolti quelli sulla Giustizia, i cui temi rappresentano un terreno così intricato, disseminato di questioni tecniche difficilmente comprensibili e dunque difficili da sottoporre a quesito referendario. I referendum sulla giustizia sono bandiere di chi non vuole migliorarla ma vuole sfuggirvi. Hanno festeggiato la Lega e FI. Ma chi ha a cuore la cultura civile di questo paese non può festeggiare”.

Ritorniamo al Governo Draghi. Ha da poco compiuto un anno. Cosa rimane?
“Il bilancio è senz’altro deludente se non altro per le alte aspettative che il coro dei violini di spalla aveva creato al momento della sua nascita: il Governo dei migliori, Draghi salvatore della patria. Ma rimane poco di quella forte aspettativa. Se l’acquisizione dei fondi per il Pnrr si deve al vituperato Giuseppe Conte, a questo Governo si deve la messa in opera ma con risultati tutti da verificare e con percorsi fino a questo punto opachi. Le dinamiche attraverso cui verranno distribuiti e spesi questi fondi sollevano numerosi interrogativi. Servono davvero a migliorare il nostro Paese? È sicuro che arrivino davvero alle cause giuste e non finiscano nelle tasche dei soliti noti? È certo che serviranno a rimarginare le piaghe della nostra sanità, a migliorare le condizioni della nostra scuola, a produrre posti di lavoro sani e non precari? Su tutto questo è lecito interrogarsi. Su altri versanti l’indispensabile riforma elettorale non si è neanche cominciato a farla e sarebbe indispensabile. Quel brandello di riforma fiscale è redistributivo al contrario di come dovrebbe essere: favorisce cioè i redditi più alti. In poche parole è un Governo in cui sono forti i segni di restaurazione di un ordine economico e sociale che si è dimostrato tendenzialmente fallimentare negli anni scorsi e che non accoglie nessuno degli auspici che la pandemia poteva favorire ovvero di un cambiamento di rotta sostanziale di alcuni aspetti fondamentali della nostra vita sociale. Unico punto a favore è forse la campagna vaccinale ma i meriti in questo caso si devono riconoscere alla popolazione”.

I partiti non hanno voluto portare Draghi al Colle. Tra loro e il premier la convivenza oggi appare forzata?
“Non so se i partiti non hanno voluto o non hanno saputo. O se sono stati i parlamentari ad aver dato voce a un’ostilità di pancia nei confronti di un presidente del Consiglio che li ha trattati un po’ come un banchiere tratta dei pezzenti, tenendoli fuori dalla porta del proprio caveau. Capisco che Draghi ora abbia maturato disagio rispetto a questa armata Brancaleone che lo sostiene contro i propri sentimenti. Che lo sopporta e dovrà sopportarlo continuando a fare una campagna elettorale molto litigiosa al proprio interno e dovendo subire decisioni importanti che Draghi imporrà, riservandosi di dare punzecchiature fastidiose su questioni non decisive per la sopravvivenza del Governo”.