Mamma Rai non è posto per donne. Crociata rosa contro le nomine. Ancora una volta non rispettate le quote di genere Due associazioni mettono in mora viale Mazzini

di Raffaella Malito
Politica

Nessuna donna alla guida di un Tg o di una rete Rai. Nelle zone di guerra vanno bene, ma quando si tratta di dirigere l’informazione e la programmazione di rete, l’azienda finge che non esistano. A denunciarlo il 15 maggio – giorno delle ultime nomine Rai – è stata Laura Boldrini, deputata Pd ed ex presidente della Camera. Tra le donne che hanno dovuto cedere il passo all’avanzata di uomini ci sono Giuseppina Paterniti, spodestata dalla direzione del Tg3 (al suo posto è arrivato Mario Orfeo) e Silvia Calandrelli che ha dovuto cedere la direzione di Rai3 a Franco Di Mare. Così, il 21 maggio, due associazioni “Rete per la Parità” (associazione di promozione sociale) e “Donne in quota” (associazione culturale senza scopo di lucro) hanno preso carta e penna e scritto ai vertici Rai facendo richiesta di accesso agli atti relativi alle ultime nomine.

L’INIZIATIVA. Chiedono di conoscere i criteri predeterminati per le nomine, rapporti e relazioni di cui all’art. 46 e all’art.49 del Codice per le Pari Opportunità e “ogni altro atto o documento da cui si evincono per dati disaggregati per genere, l’organizzazione interna e la distribuzione degli incarichi, ivi inclusi quelli apicali e di responsabilità, la governance e la valorizzazione delle risorse umane all’interno della Rai e delle controllate nel periodo dal 2015 alla data corrente”. Le due associazioni in realtà fanno presente di aver già sollecitato con nota ufficiale del 14 maggio il rispetto dell’eguaglianza di genere in riferimento alle recenti nomine e chiesto accesso ai relativi atti. Ma la suddetta richiesta ad oggi sarebbe rimasta priva di riscontro. Rammentano, poi, che, in relazione al settore radio televisivo e multimediale, si occupano da oltre un decennio del contrasto al sessismo nei media e in particolare nella televisione pubblica (“grazie anche ai nostri contributi – scrivono – il contratto di servizio pubblico Rai-Mise 2018-2022 è il più avanzato dal punto di vista di genere nella storia della Rai”) e seguono “con spirito critico ma anche con atteggiamento di collaborazione”, i destini del servizio pubblico radio televisivo e digitale perché convinte che i principi fondanti del nostro Stato “esigono che la nostra democrazia sia basata su una libera opinione pubblica e sia in grado di svilupparsi attraverso la pari concorrenza di tutti alla formazione della volontà generale”.

E ora avanzano nuova richiesta di accesso agli atti proprio al fine di accertare se si sia creata una situazione di disequilibrio di genere e/o discriminazione con le ultime procedure di nomina, e, più in generale, nei confronti delle donne nell’organizzazione e governance di Rai, rilevante ai fini del Codice per le Pari Opportunità e della mission del servizio pubblico generale. Le sostituzioni avvenute nell’ultima tornata non sono state giustificate sempre dai dati di share che sono stati, per esempio nei confronti della Paterniti, molto lusinghieri. In base al report di OmnicomMediaGroup emerge che nell’ultimo anno l’ex direttrice del Tg3 ha avvicinato anche i target più giovani (+15%) e che nel periodo da novembre 2019 agli inizi di marzo 2020 la testata ha ottenuto riscontri positivi in confronto allo stesso periodo della stagione precedente. Bene anche le rubriche. Un’impennata vera e propria c’è stata poi col lockdown. Le edizioni standard del notiziario sono cresciute mediamente dell’80% in termini di spettatori, spingendo le edizioni delle 14 e quella serale a superare la media dei 3 milioni di spettatori (pomeriggio media di 3 milioni e sera media di 3,2 milioni).