Mancata zona rossa di Alzano. Fontana sotto torchio dai pm. La difesa del governatore: scaricabarile sul Governo. Interrogato anche l’assessore al Welfare, Gallera

di Nicola Scuderi
Politica

Il numero esagerato di morti nel bergamasco e la mancata istituzione della zona rossa ad Alzano Lombardo e Nembro dov’era stato individuato un pericoloso focolaio di covid-19. Sono queste le domande che i pm di Bergamo hanno rivolto all’assessore al Welfare, Giulio Gallera, e al presidente della Regione, Attilio Fontana, entrambi sentiti in qualità di persone informate sui fatti per cercare di capire cosa non abbia funzionato nella gestione delle prime fasi della pandemia. Peccato che di risposte ne siano arrivate ben poche perché i vertici del Pirellone, all’unisono, hanno confermato quanto sostenuto da tempo con il Presidente Fontana che ha ribadito che l’istituzione della zona rossa in Val Seriana ai primi di marzo era “pacifico” che fosse una decisione che “spettasse al governo”.

Il leghista ha anche negato con decisione le indiscrezioni secondo cui, in quei delicati momenti, avrebbe ricevuto pressioni da realtà del mondo economico per evitare la chiusura dei due Comuni col conseguente blocco delle attività produttive. Parole grosso modo identiche a quelle pronunciate dal suo braccio destro Gallera che ha confermato: “Aspettavamo Roma, fino all’inizio di marzo avevamo sempre proceduto d’accordo con il governo su quel tipo di provvedimenti”. Non solo. All’assessore è stato chiesto anche come mai il 23 febbraio è stato chiuso il pronto soccorso dell’ospedale di Alzano per poche ore, a differenza di quello di Codogno nel lodigiano per il quale lo stop è stato ben più lungo. Secondo il politico, la decisione di riaprire rapidamente è stata presa sulla base delle rassicurazioni sulla sanificazione arrivate dall’azienda ospedaliera.

VECCHIA BUFALA. Insomma l’incontro conoscitivo, per cercare di capire cosa non sia andato, assomiglia più che altro al gioco dello scarica barile. Una sorta di déja vu, tra l’altro poco convincente, di quanto accadde nei mesi scorsi quando i ritardi nell’estendere il lockdown di Lodi anche ai comuni di Alzano Lombardo e Nembro, sollevavano un putiferio di polemiche e accuse. Il presidente Fontana, già in quell’occasione, aveva scaricato la palla sul governo in quanto: “Non potevo fare la zona rossa perché non ho la competenza ma anche se avessi fatto un provvedimento ai limiti della legittimità, come lo facevo eseguire? Non ho a disposizione polizia, esercito e carabinieri”. Insomma un affondo più che diretto al premier Giuseppe Conte che, però, gli ha risposto mettendo i puntini sulle i: “Se la Lombardia avesse voluto, avrebbe potuto fare la zona rossa in piena autonomia”. Parole, quelle del Capo del governo, supportate dai fatti tanto che gli stessi Fontana e Gallera, in pieno imbarazzo, non hanno potuto far altro che riconoscere come le cose stessero effettivamente così.

L’INCHIESTA SUL FOCOLAIO. Sotto la lente dei pm c’è la gestione dei primi positivi ad Alzano Lombardo. A partire dal caso dell’84enne Ernesto Ravelli, il primo deceduto per Covid-19 in provincia di Bergamo, ricoverato ad Alzano il 21 febbraio e trasferito, due giorni dopo, al Papa Giovanni dov’è morto. Un altro caso che desta l’attenzione degli inquirenti è quello dell’83enne Franco Orlandi, residente a Nembro e ricoverato il 15 febbraio nell’ospedale di Alzano a cui è stato diagnosticato il Covid-19 solo domenica 23, due giorni prima di morire. Decessi che, da quel momento, sono cresciuti esponenzialmente: il 26 febbraio erano 20, il giorno successivo 72, il primo marzo 203. Numeri spaventosi che, questo il sospetto dei pm, forse potevano essere contenuti.