Manine, norme aggiustate e veloci retromarce. Ecco tutti i bluff della Lega. Non solo il giudizio sulla Diciotti. Tanti stop and go pure su Autonomie, salva-Pernigotti e processo penale

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Il motto del leader della Lega, Matteo Salvini, è “dalle parole ai fatti” ma nella sua azione politica, le prime prevalgono nettamente sui secondi. Dopo meno di un anno dall’inizio della sua esperienza di Governo il segretario del Carroccio ha già collezionato una bella lista di flop ed evidenti marce indietro che prova a nascondere con trucchetti di ogni genere. La narrazione gloriosa delle gesta eroiche del condottiero inarrestabile è di indubbia efficacia comunicativa, ma sul piano dei risultati concreti nell’ottica del Governo del cambiamento siamo davanti a una mezza Caporetto.

In principio fu il decreto spazzacorrotti, una norma contenuta anche nel contratto di Governo siglato da Lega e Movimento 5 Stelle, che costituiva uno dei punti qualificanti del programma dei grillini. Un cambio di passo epocale per l’Italia dei ladri che si arricchiscono a spese delle collettività con ruberie di ogni genere. Per approvare quella legge che, tra l’altro inaspriva le pene per il peculato (reato per il quale sono sotto inchiesta diversi amministratori locali della Lega), ci sono voluti ben tre passaggi parlamentari. Infatti, ad iter in corso, la norma scritta dal Governo è stata annacquata grazie all’approvazione in aula, con il voto segreto, di un emendamento della Lega sostenuto dalle opposizioni.

Così, dopo le feroci rimostranze di Luigi Di Maio, Salvini è dovuto tornare sui suoi passi. Ma solo di fronte alla minaccia del principale azionista della maggioranza di mettere la parola fine all’esperienza di Governo. Poi è stata la volta del caso Diciotti, per il quale il ministro dell’Interno, dopo aver detto che si sarebbe fatto processare, ci ha ripensato e ha imposto al Movimento 5 Stelle di salvarlo dal giudizio dei magistrati con un voto del Senato. E non finisce qui. Passa qualche settimana ed esplode l’affaire della Via della Seta, l’accordo commerciale tra Italia e Cina messo a punto da Di Maio insieme al leghista Michele Geraci, uno dei fidatissimi di Salvini che era arrivato a proporlo come premier prima della nascita del Governo Conte. L’intesa con i cinesi, insomma, era frutto di un lavoro concertato tra Lega e 5 Stelle. Peccato però che alle prime lamentele degli Stati Uniti il leader leghista si sia rimangiato tutto e abbia iniziato a martellare contro l’accordo.

Un altro pasticcio di Salvini è quello legato agli accordi sulle Autonomie regionali di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. Il Carroccio ha provato a fare il blitz per farli approvare dal Parlamento a scatola chiusa, sbattendo contro il muro dell’incostituzionalità, con il presidente della Repubblica in prima fila. Poi è stata la volta della flat tax, anche questa arenata sullo scoglio della Costituzione che prevede che la tassazione sia progressiva, e non uguale per ricchi e poveri. Un altro capolavoro è quello della legge contro la delocalizzazione delle imprese italiane, una norma promossa in pubblico e osteggiata nei palazzi fino a quando i 5 Stelle non hanno svelato il trucco. L’ultimo caso è di due giorni fa quando i ministri leghisti hanno disertato il vertice sul dimezzamento dei tempi della giustizia penale. Di fronte a tutti questi flop l’unica via di uscita, in vista delle elezioni Europee, per Salvini è quella di tornare ad agitare lo spettro dei migranti, visto che la legge sulla legittima difesa e Quota 100 sono decisamente pochi come risultati in 9 mesi di Governo.

L'editoriale
di Gaetano Pedullà

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