Medioevo Italia. Protocolli sanitari non aggiornati, l’omosessualità risulta ancora una malattia da curare

di Stefano Iannaccone
Politica

L’omosessualità vista come una malattia mentale, bisognosa di “terapie riparative”. Sembra un ritorno al Medioevo, ma nel 2016 in Italia, è ancora una realtà. Certo, la defiinizione è riferita solo all’omosessualità egodistonica, relativa ai casi delle persone omosessuali che non si accettano come tali. E spesso avviene perché il contesto sociale non li aiuta. Così, mentre si è celebrato il passettino in avanti delle Unioni civili, il Governo continua a non provvedere a un passaggio formale, quanto importante: la depatologizzazione completa dell’omosessualità. Dal Partito democratico si è levata una voce di protesta: la deputata Anna Maria Carloni ha depositato un’interrogazione alla Camera per chiedere alla ministra della Salute, Beatrice Lorenzin, iniziative con lo scopo di “vietare le cosiddette terapie riparative già riconosciute, sempre dagli anni novanta, dall’Oms, come forme di tortura senza alcuna base scientifica”.

NON C’È MALATTIA
Quel che chiedono le deputate dem è un adeguamento ai protocolli internazionali. Ma com’è possibile che in Italia ci sia ancora questa forma di discriminazione? “L’omosessualità egodistonica non va considerata una malattia e di conseguenza non necessita di alcuna cura”, spiega a La Notizia Carloni. “C’è un problema culturale che poi – prosegue – inevitabilmente si ripercuote sulla legislazione. Serve una responsabilità politica di fronte a questo tema. La cancellazione totale degli orientamenti sessuali da categorie patologiche sarebbe un importante segnale”. La questione è legata più alla forma che alla sostanza, anche se teoricamente – stando ai protocolli in vigore in Italia –  si può consigliare a una persona gay o bisessuale di cercare una “cura” per superare il problema dell’accettazione. “Ma l’unica vera cura è quella di smettere di discriminare le persone per l’orientamento sessuale”, incalza la Carloni.

STUDI INTERNAZIONALI
Ma non solo. L’interrogazione chiede al sistema sanitario di adeguarsi a tutti gli orientamenti espressi nella nota della World psychiatric association. Nel dettaglio, infatti, “la Wpa, associazione mondiale degli psichiatri, a marzo 2016 ha pubblicato, a conclusione di studi durati trent’anni, una nota in sei punti sulla normalità degli orientamenti omosessuali anche in relazione alla genitorialità”, si legge nel documento depositato alla Camera. Ma “malgrado questa nota, la Società italiana di psichiatria, che aderisce alla Wpa, non risulta aver ancora pubblicato alcun documento di riconoscimento della nota Wpa”, evidenzia Carloni. E così in Italia non è iniziato alcun dibattito sui genitori omosessuali. Con buona pace dello sbandieramento dei diritti gay.