Meloni ad Amatrice, tra applausi e ritardi. E sulla ricostruzione che arranca, irrompe il monito del cardinale Zuppi: “Il Paese non c’è più e non c’è ancora”

Applausi per la premier, ma a ricordare che lo Stato ad Amatrice ha fallito ci ha pensato il cardinale Zuppi

Meloni ad Amatrice, tra applausi e ritardi. E sulla ricostruzione che arranca, irrompe il monito del cardinale Zuppi: “Il Paese non c’è più e non c’è ancora”

Se pochi giorni fa la premier Giorgia Meloni a Taranto era stata sonoramente fischiata, ieri ad Amatrice, in provincia di Rieti, l’accoglienza è stata di segno opposto. Nonostante le macerie ancora visibili e la memoria dolorosa di una terra ferita, dove la ricostruzione è ancora un miraggio, Meloni è stata accolta dagli applausi.

Eppure la visita della premier ha assunto inizialmente i contorni di una presenza muta e blindata: Meloni non ha parlato pubblicamente durante la commemorazione e ha evitato di rilasciare dichiarazioni ufficiali dal palco, limitandosi a incontrare a porte chiuse solo una strettissima delegazione di familiari delle vittime.

Un silenzio politico interrotto solo all’uscita dal campo sportivo, quando la presidente del Consiglio ha voluto commentare quel momento privato: “L’emozione per l’incontro con i parenti delle vittime è grande ma è più grande l’impegno perché noi vogliamo soprattutto dare risposte, continuare a dare risposte”.

Da Zuppi una condanna pesantissima

Intanto però arrivava il monito durissimo e solenne del cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, che, celebrando la messa, ha denunciato senza mezzi termini i “ritardi insopportabili” che continuano a bloccare la piena rinascita dei borghi distrutti.

Le parole del porporato sono state una sferzata durissima alle istituzioni: “Noi tutti sentiamo il peso di questi lunghi, lunghissimi anni”, ha scandito Zuppi nell’omelia, ricordando “le ferite di quella tragedia, le promesse rimaste tali, le attese che si scontrano ancora con difficoltà, i ritardi insopportabili quando si è perso tutto”. Un attacco frontale alle lungaggini burocratiche e alle paralisi normative che hanno caratterizzato il post-sisma, trasformando la speranza in rassegnazione.

Zuppi ha poi allargato lo sguardo, definendo il sisma come un trauma indelebile: “In questa Apocalisse che portiamo nel cuore, la Scrittura ci parla di una città che scende dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio. Costruiamola”. Il cardinale ha quindi invitato “a non arrenderci, a credere che anche la nostra città, oggi ancora provata da quella desolazione, può trovare nuova vita e speranza”.

L’ex sindaco Pirozzi diserta la cerimonia

A rincarare la dose in questa giornata di memoria e rabbia è intervenuto anche Sergio Pirozzi, lo storico ex sindaco di Amatrice che visse in prima persona la notte dell’apocalisse. Pirozzi ha espresso tutta l’amarezza di una comunidade mutilata e stanca di promesse cartacee: “Il centro Italia è mutilato e potrà andare avanti con la forza delle idee. Ma aspetta il proprio padre, che deve essere lo Stato”. La sua assenza polemica alla cerimonia e le sue parole tracciano il solco profondo tra la retorica delle passerelle e la realtà dei cantieri lumaca.

Nonostante l’atto d’accusa incrociato delle autorità locali, lo sguardo della Chiesa resta teso a un futuro di riscatto, pur fotografando un presente ancora bloccato. “Dieci anni fa dicevamo che la ricostruzione doveva partire da dentro le persone, non soltanto dai mattoni”, ha riflettuto Zuppi.

“Sono stati dieci anni duri. Il processo non è compiuto, consapevoli del molto che è stato fatto, siamo ancora sospesi: Amatrice non c’è più e non c’è ancora, ma pezzo per pezzo riappare. C’è molto da fare ma il peggio è alle spalle”.