Giorgia Meloni non rinuncia alle preferenze nella riforma elettorale e vuole tentare il blitz al Senato. La commissione Affari Costituzionali di Palazzo Madama ha avviato ieri l’iter della legge elettorale con il suo incardinamento. Ed è stato subito scontro con le opposizioni che sono andate all’attacco per il limite posto dalla maggioranza al numero delle audizioni di esperti sul testo. Saranno infatti 26 – 16 delle opposizioni (4 per gruppo) – mentre il centrosinistra ne aveva richieste molte di più, circa una settantina, per consentire un maggiore approfondimento del testo che, sottolinea il dem Andrea Giorgis “è molto cambiato nel passaggio dalla commissione all’Aula di Montecitorio” invece “si assiste su una legge importante ancora a una forzatura”.
Meloni insiste sulle preferenze al Senato ma Forza Italia si mette di traverso
Replica Ignazio La Russa: “Sui tempi ho garantito che non ci saranno eccessive accelerazioni e se qualcuno, nelle opposizioni, ha immaginato che si potesse chiudere prima delle ferie ho escluso che questo possa avvenire”, ha sottolineato il presidente del Senato. Insomma, se ne riparla a settembre. Ma è soprattutto il tema delle preferenze, bocciato nel primo passaggio alla Camera e che potrebbe essere ripresentato al Senato (dove non è previsto voto segreto, decisivo nella bocciatura), che continua a tenere banco.
L’incognita
Meloni di fronte al dilemma – ritentare il blitz anche per evitare profili di incostituzionalità della legge o lasciare le cose così come stanno – propende per il blitz. Il primo scenario prevede un nuovo emendamento, magari corretto sul nodo della parità di genere. Con il voto palese, ragionano ai vertici del governo, Lega e Forza Italia avrebbero maggiori difficoltà a sfilarsi. Ma il ritorno del testo alla Camera rischia di aprire un’altra trappola. Per blindare la modifica, il governo potrebbe essere costretto a porre la fiducia, offrendo alle opposizioni l’immagine di una legge elettorale imposta a colpi di maggioranza.
Resterebbe inoltre l’incognita del voto segreto finale, perché a Montecitorio fiducia e approvazione della legge sono due passaggi distinti. Ma Meloni sarebbe pronta alla sfida. “La posizione di FdI è chiara. Alla Camera tutti i gruppi si sono espressi a favore” per cui “ci sono tutte le premesse per inserirle qui al Senato”, ha detto il capogruppo di FdI al Senato Lucio Malan interpellato sulla possibilità che a Palazzo Madama vengano inserite le preferenze.
I paletti di Forza Italia
Sulla questione c’è il no di Forza Italia forse ancora più marcato di quello della Lega. “Forza Italia è il motore fondativo del centrodestra, la lealtà alla coalizione non è in discussione. L’obiettivo primario della legge elettorale è restituire ai cittadini un governo stabile e duraturo il giorno dopo il voto. Il gruppo di Forza Italia al Senato voterà compattamente la legge elettorale così com’è uscita dal voto della Camera”, ha dichiarato la capogruppo di Forza Italia al Senato, Stefania Craxi. Senza preferenze appunto.
Si dice che gli azzurri siano così rigidi perché è in corso un braccio di ferro tra loro e FdI sulla possibilità di allargare le maglie delle intercettazioni a strascico. Un’ipotesi che vede contrari gli azzurri, nonostante i richiami del procuratore nazionale Antimafia e antiterrorismo Giovanni Melillo. Se FdI dovesse cedere su questo, forse gli azzurri potrebbero ammorbidirsi sulle preferenze.
Ballottaggio sì o no
Una delle novità sotto traccia, scrive l’Agi, emerse ieri mattina è che al Senato nel centrodestra si è tornati a ragionare sulla possibilità di reintrodurre il ballottaggio per garantire stabilità ed evitare situazioni di pareggio. Una eventualità che sarebbe stata caldeggiata soprattutto dal presidente del Senato. Nel passaggio alla Camera la riforma della legge elettorale è passata senza questa ipotesi prevista nel testo originale e c’è chi ritiene che possa essere però di difficile attuazione, ma il ballottaggio – anche per portare poi eventualmente gli elettori di Roberto Vannacci a sostenere il centrodestra – è tornata a essere un’opzione sul tavolo qualora si decidesse di ritoccare la legge che ha avuto il via libera di Montecitorio.