Mettiamo in fila i fatti. Il 6 gennaio Giorgia Meloni diffonde una nota ufficiale per rivendicare un risultato che, nelle sue parole, segna «un passo in avanti positivo e significativo» per l’agricoltura italiana. La proposta della Commissione europea sul futuro bilancio Ue renderebbe disponibili «ulteriori 45 miliardi di euro per la Politica agricola comune», già dal 2028. Poche ore dopo, quella cifra diventa il perno del racconto politico con cui Palazzo Chigi accompagna una scelta molto più delicata: il progressivo riallineamento dell’Italia verso la firma dell’accordo commerciale Ue-Mercosur.
I “45 miliardi” e la narrazione
C’è un piccolo problema: quei 45 miliardi non sono nuovi. Come osserva anche Pagella Politica, nei documenti europei il totale della Pac per il periodo 2028-2034 resta fermo a 293,7 miliardi di euro. La proposta di Ursula von der Leyen interviene solo sul calendario, consentendo agli Stati membri di anticipare una parte delle risorse che, secondo le regole ordinarie, sarebbero state sbloccate più avanti, con la revisione di metà periodo. Parlare di “soldi in più” è propaganda.
Il passaggio diventa cruciale quando lo si sovrappone al dossier Mercosur. A dicembre il governo italiano aveva contribuito a congelare l’intesa, giudicando «prematuro» procedere senza garanzie concrete per i produttori europei. La richiesta di reciprocità normativa e di clausole di tutela era stata presentata come una linea invalicabile. Ora è cambiato tutto. Meloni accoglie con favore le nuove proposte di Bruxelles. Il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida parla di «ultimo miglio», di verifiche tecniche in corso e della necessità che i prodotti importati rispettino le stesse regole di sicurezza alimentare imposte ai produttori Ue.
La sequenza temporale
La sequenza temporale conta. Le rassicurazioni sulla Pac arrivano mentre la Commissione accelera verso la firma dell’accordo commerciale, prevista dopo il Consiglio europeo del 9 gennaio. Nei fatti, l’anticipo dei fondi agricoli viene letto come lo strumento politico per rimuovere le resistenze dei governi più critici, Italia compresa. È una compensazione ex post, non una correzione del testo dell’accordo.
Ma le criticità non sono cambiate: restano lì, intatte. L’intesa Ue-Mercosur prevede ampie liberalizzazioni tariffarie su prodotti altamente sensibili per l’agricoltura europea: carne bovina, pollame, zucchero, riso, etanolo. Le quote di importazione sono limitate in percentuale, ma sufficienti, secondo numerose analisi di mercato, a esercitare una pressione al ribasso sui prezzi alla produzione. In un settore già colpito dall’aumento dei costi energetici, climatici e normativi, l’effetto rischia di tradursi in una riduzione secca della redditività.
La Pac come compensazione
A questo si aggiunge la divergenza degli standard produttivi. Nei Paesi del Mercosur sono consentite pratiche e sostanze vietate o fortemente limitate nell’Unione europea, dai pesticidi agli antibiotici fino alle regole sul benessere animale. Le promesse di “reciprocità” contenute nell’accordo vengono giudicate deboli, anche perché molti standard non sono verificabili a posteriori con controlli alle frontiere. Le clausole di salvaguardia, presentate come scudo per i settori più vulnerabili, prevedono soglie elevate e procedure lente, con il rischio di intervenire quando il danno economico è già consolidato.
L’uso della Pac come leva negoziale espone un’ulteriore fragilità. L’anticipo delle risorse è facoltativo e contendibile. Ogni Stato membro potrà decidere se destinare quelle somme all’agricoltura, solo in parte o per nulla. Per l’Italia le stime parlano di circa 5 miliardi potenzialmente anticipabili ma si tratta di una cifra teorica, priva di assegnazione automatica. Eppure viene spesa politicamente come contropartita sufficiente per sbloccare un accordo commerciale dagli effetti strutturali.
Il risultato è una frattura che si allarga con il mondo agricolo. In Francia, Belgio e Polonia sono annunciate nuove mobilitazioni. In Italia i trattori torneranno in strada dal 19 gennaio. Le organizzazioni agricole continuano a denunciare un modello che scarica sugli agricoltori europei il costo della competizione globale, chiedendo poi alla PAC di riparare i danni. Ma le conseguenze, per le aziende agricole e per l’equilibrio delle filiere, restano fuori dai comunicati di governo. Per questo se le ritroveranno nelle piazze.