“Libererò il Messico dai cartelli”. Dopo il Venezuela Trump non vuole più fermarsi

“Libererò il Messico dai cartelli”. Dopo il Venezuela Trump non si pone più limiti. E minaccia pure Cuba, Colombia e Cina

“Libererò il Messico dai cartelli”. Dopo il Venezuela Trump non vuole più fermarsi

Dopo aver messo le mani sul petrolio del Venezuela, il presidente americano Donald Trump sembra non aver ancora concluso la propria missione, che sta tenendo in apprensione il mondo intero. Questo perché il tycoon, che in passato si è sempre descritto come un presidente impegnato nella pace e non nella guerra, sembra avere fretta di mostrare i muscoli degli Stati Uniti. Tanto che ieri ha annunciato, come fosse la cosa più normale del mondo, che gli Usa cominceranno attacchi “terrestri” contro i cartelli della droga sudamericani, dopo aver effettuato nei giorni scorsi quelli contro imbarcazioni nei Caraibi – che hanno poi condotto al blitz a Caracas – e nel Pacifico.

Può sembrare una sparata, ma appare troppo circostanziata per non destare preoccupazione. Infatti, durante un’intervista a Fox News, Trump ha detto che le operazioni di terra contro i cartelli partiranno presto e sembra aver già individuato il prossimo obiettivo dopo il Venezuela, in quanto ha poi aggiunto che queste azioni sono necessarie perché le organizzazioni criminali “controllano il Messico”. Parole che hanno gelato il Paese centroamericano che, almeno per il momento e viste le tensioni dei mesi scorsi con gli Usa, ha preferito non rispondere.

Trump fa tremare il Messico

Ma Trump, come ci sta abituando in questo suo secondo mandato, ne ha davvero per tutti. Che le cose stiano così lo si capisce dalle parole del presidente colombiano Gustavo Petro, che in un’intervista a El País ha rivelato di aver temuto un’azione militare degli Stati Uniti sullo stile di quella che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro in Venezuela. Una convinzione nata a seguito della lunga telefonata che lo stesso Petro ha avuto con il tycoon, il quale gli avrebbe detto “che stava preparando qualcosa in Colombia, un’operazione militare”.

Un’eventualità che il leader colombiano spera di aver disinnescato spiegando al presidente di Washington di essere in piena sintonia sulla lotta al narcotraffico. Tutto risolto? Forse no. A dirlo è lo stesso Petro, che ha affermato di aver convocato “mobilitazioni popolari come difesa”, perché la minaccia del tycoon al momento “è congelata, ma potrei sbagliarmi”.

In tutto questo Trump anche ieri ha parlato del Venezuela, sostenendo che “le grandi compagnie petrolifere americane investiranno almeno 100 miliardi di dollari”, di fatto ribadendo che l’intera operazione mirava soltanto a mettere le mani sull’ingente greggio venezuelano. Una mossa che, però, potrebbe avere anche un ulteriore significato. A spiegarlo è stato lo stesso magnate americano, affermando che “Cuba dipende completamente dal Venezuela in termini di denaro e petrolio” e che ora, con i rifornimenti azzerati, è possibile anche qui un “regime change”.

Colombia in allerta

Insomma, il Venezuela potrebbe essere stato soltanto il prologo alle mosse imperialiste degli Stati Uniti. E proprio da Caracas la presidente ad interim Delcy Rodríguez ha provato a respingere le affermazioni di Trump dei giorni scorsi, affermando che il Venezuela non è “né subordinato né sottomesso” agli Stati Uniti. “Nessuno si è arreso. Qui non governa alcuna potenza straniera”, ha aggiunto Rodríguez, con parole che però appaiono difficili da credere, visto che il Paese si è già sottomesso ai diktat di Trump sulla gestione del petrolio e, seppur con maggiore prudenza, sulla drastica riduzione dei rapporti con Cina, Russia e Iran.

Che le parole della leader venezuelana siano per lo più a uso e consumo interno, così da evitare rivolte popolari, lo si capisce ancora una volta dalle dichiarazioni del tycoon che, di tutta risposta – evidentemente per smentire la presidente ad interim – ha detto che “il Venezuela sta rilasciando un gran numero di prigionieri politici come segno di ‘ricerca della pace’. Si tratta di un gesto molto importante e intelligente. Gli Usa e il Venezuela stanno collaborando bene. Grazie a questa cooperazione, ho annullato la seconda ondata di attacchi precedentemente prevista, che sembra non essere più necessaria”.

La posizione di Cina e Russia

Ma la cosa più preoccupante è che, in tutto questo, il presidente americano sta alimentando lo scontro, fin qui soltanto verbale, con Pechino. Parlando della questione di Taiwan, in un’intervista al New York Times, ha detto che spetta al presidente Xi Jinping valutare: “Lui la considera parte della Cina e spetta a lui decidere cosa farà. Ma gli ho detto che sarei molto insoddisfatto se lo facesse, e non credo che lo farà. Spero che non lo faccia”. Parole che suonano come un monito, poiché è noto che gli Usa si sono detti pronti a difendere Taiwan in caso di aggressione cinese.

Dichiarazioni che hanno irritato Pechino al punto che la portavoce del ministero degli Esteri, Mao Ning, ha risposto con durezza affermando che Taiwan “è parte inalienabile del territorio cinese” ed è “puramente un affare interno della Cina, la cui risoluzione spetta al popolo cinese. Non tollereremo alcuna interferenza esterna”. Insoddisfazione per le recenti mosse del tycoon che è stata condivisa anche dalla Russia, confermando il forte legame tra Vladimir Putin e Xi Jinping, con il vice segretario del Consiglio di sicurezza nazionale ed ex presidente russo Dmitry Medvedev che ha parlato di “rapimento sfacciato” del presidente venezuelano Maduro da parte degli americani, definendo l’operazione “una catastrofe nel campo delle relazioni internazionali” che potrebbe avere “gravissime ripercussioni”.