Migranti, la destra produce più irregolari di quanti ne espelle: così si alimenta la propaganda

Cinque anni per 131.764 permessi, 6.772 rimpatri, i flussi al 7,9%: la destra fabbrica gli irregolari che poi sventola nei comizi

Migranti, la destra produce più irregolari di quanti ne espelle: così si alimenta la propaganda

Il governo che promette di cacciare gli irregolari li produce più in fretta di quanto riesca a espellerli, e li produce con i timbri delle sue prefetture. Sta scritto tutto nel dossier “(Ir)Regolarità” della campagna Ero Straniero, presentato lunedì al Senato: delle 220.528 domande della sanatoria varata nel 2020 dal governo Conte II ne sono diventate permesso di soggiorno 131.764 (il 59,75%) e per chiudere le pratiche sono serviti più di cinque anni.

Abbastanza, ricostruisce Collettiva, perché nell’attesa un datore di lavoro potesse chiudere bottega o un’anziana assistita morire prima del timbro, tanto che nella fase finale i rigetti crescono in modo marcato. E l’85,21% delle domande del primo canale riguardava lavoro domestico e assistenza alla persona, cioè le case degli italiani, dove colf e badanti tengono in piedi il welfare che lo Stato non paga.

Intanto il contatore è ripartito. La Fondazione Ismu stima 339mila stranieri senza documenti al 1° gennaio 2025: fra il 2023 e il 2024 erano calati di 137mila, proprio mentre le prefetture smaltivano le domande, e nell’ultimo anno sono risaliti di 18mila. Collettiva riporta dai dati del dossier 6.772 rimpatri nel 2025, il massimo della serie, e a quel ritmo Ero Straniero calcola più di cinquant’anni per rimpatriarli tutti. Insomma la ruspa dei comizi viaggia a passo d’uomo.

Migranti, la fabbrica degli irregolari

Il 4 giugno 2024 la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha consegnato al procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo un esposto sul decreto flussi e ha parlato in Consiglio dei ministri di «dati allarmanti». Le quote programmate salivano da 146.850 per il 2024 a 181.450 per il 2025 e i permessi andavano a picco: 24.858 nel primo caso (il 16,9%) e 14.349 nel secondo (il 7,9%, dato ancora provvisorio).

Ero Straniero stima in 1.836 le persone entrate regolarmente nel 2024 e rimaste poi senza permesso, e in 11.686 quelle a rischio per il 2025: gente arrivata con il visto in mano che lo Stato stesso consegna alla clandestinità. Il metodo ha una storia lunga. La legge Bossi-Fini del 2002 generò così tanti irregolari che servirono altre sanatorie nel 2009 e nel 2011, entrambe firmate da governi di centrodestra, come ha ricostruito il Post.

Nel 2018 il primo decreto sicurezza di Matteo Salvini, allora ministro dell’Interno, abolì la protezione umanitaria e l’Ispi calcolò 26.722 nuovi irregolari in un anno per effetto diretto del provvedimento, mentre il ricercatore Matteo Villa stimava novanta anni per rimpatriarli tutti. Nel 2023 il decreto Cutro ha tolto la conversione della protezione speciale in permesso di lavoro, e il sociologo Maurizio Ambrosini avvertiva su lavoce.info che quelle restrizioni avrebbero portato più irregolari, la stessa diagnosi di Openpolis, per cui più dinieghi senza una politica di rimpatrio efficace producono soltanto altra irregolarità.

Il conto si incassa ai comizi

Chi rifà tre volte la stessa stretta con le stesse previsioni sul tavolo, del resto, ha smesso di sbagliare e ha cominciato a scegliere. Lo ha detto a modo suo perfino Gianfranco Fini, padre della legge che porta il suo nome: nel 2023 all’Ansa spiegava che andava cambiata, e pochi mesi dopo al Fatto Quotidiano chiamava il blocco navale «solo propaganda».

E dire che regolarizzare conviene: la procedura ha portato 140,85 milioni di versamenti lordi, e Ero Straniero stima 228,30 milioni l’anno di tasse e contributi dai rapporti di lavoro emersi, solo che una sanatoria costa fatica agli uffici e non porta un voto, mentre un irregolare resta disponibile per ogni campagna elettorale.

Ero Straniero propone un meccanismo permanente di regolarizzazione individuale, per lavoro o per radicamento, che toglierebbe alla destra la sua materia prima. Il nome giusto per tutto questo l’aveva già trovato Fini: propaganda, stavolta con i timbri delle prefetture.