Missili, bombe, aerei. Così Trump fa godere le aziende belliche. Per gli attacchi in Siria e Afghanistan spesi 300 milioni in una settimana

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram

Sarà un miniantipasto “bellico”. Oppure una prova muscolare dall’effetto prevalentemente scenografico. Comunque la si voglia mettere, la prima settimana “militare” di Donald Trump, da quando è presidente degli Stati Uniti, è già in grado di esprimere un valore economico molto eloquente. Si prenda l’ultima vicenda prepotentemente assurta agli onori della cronaca, ossia il lancio della superbomba Usa in Afghanistan per colpire le postazioni dell’Isis. Parliamo dell’ordigno Gbu-43 Moab, acronimo che tecnicamente sta per “Massive ordnance air blast bomb”, ribattezzato in “Mother of alla bombs”, ovvero la “madre di tutte le bombe”. Ebbene, parliamo di una bomba il cui valore si aggira intorno ai 15 milioni di dollari. E chi è il costruttore? Si tratta della McAlester Army Ammunition Plant, che fa direttamente capo al Governo degli Stati Uniti.

Il perimetro – Quando si tratta di strumenti bellici, però, non va dimenticato che un elemento tira l’altro. Il che significa che una spesa tira l’altra. La superbomba Moab, per esempio, non è certo “roba” che può essere sganciata da un qualsiasi aereo di guerra. A poterla lanciare, infatti, è soltanto un particolare tipo di velivolo che si chiama Mc-130 Combat Talon II, che costa qualcosa come 160 milioni di dollari ed è prodotto dal colosso della Difesa Usa Lockheed. Ma non finisce qui. Si prende il lancio di missili in Siria autorizzato da Trump sul finire della scorsa settimana, la mossa che ha inaugurato i primi sette giorni della controffensiva a stelle e strisce in Medio Oriente. Tutti gli organi di stampa hanno parlato dei 59 missili Tomahawk lanciati da due portaerei Usa dalle acque del Mar Mediterraneo. Anche qui, naturalmente, c’è una filiera economica. Si dà infatti il caso che i Tomahawk siano fondamentalmente prodotti da due aziende belliche Usa, la Raytheon e la McDonnel Douglas. Il costo di ciascun missile si aggira intorno agli 1,87 milioni di dollari, che moltiplicato per 59 (il numero di missili sganciati sulla Siria) fa arrivare il costo dell’operazione a 110 milioni di dollari. A tutto questo si devono aggiungere gli oneri di spostamento delle portaerei e tutta una serie di spese accessorie che accompagnano ogni azione militare, scenografica o meno. Così, per gli amanti dei numeri, viene fuori che i primi sette giorni di operazioni militari trumpiane hanno avuto un costo di almeno 300 milioni di dollari, a voler fare una stima prudenziale. Cinicamente parlando si tratta di dati che staranno facendo saltare di gioia i vertici delle più grosse aziende del settore difesa, americane in primis.

Il precedente – Del resto queste stesse aziende hanno avuto di che gioire a partire dalla fine di febbraio scorso, quando il nuovo presidente a stelle e strisce ha annunciato un aumento del 9% delle spese belliche nel bilancio federale del 2018. In soldoni, è stato spiegato in quel frangente, si tratta di 54 miliardi di dollari di risorse aggiuntive per il settore. Un dato che all’epoca è stato “festeggiato” in Borsa da tutte le principali società della Difesa, non solo negli Stati Uniti.

Twitter: @SSansonetti