“Io mi tengo ben volentieri il Pubblico Ministero di oggi, che è molto più equilibrato di quello che verrebbe fuori da questa riforma”. Un’affermazione che colpisce se a farla è un avvocato difensore, uno di quelli, in teoria, in trincea a favore della riforma di Carlo Nordio. Invece Franco Moretti, presidente del Comitato Avvocati per il No, sa benissimo da che parte stare. E perché il 22 e 23 marzo voterà No.
Presidente, la magistrata e capa di gabinetto di Nordio, Giusy Bartolozzi due giorni fa ha invitato a votare Sì ‘per togliersi la magistratura dai piedi’. Pensa che sia stata una gaffe (come di ce il ministro e tutta la destra), oppure c’è dell’altro dietro questo sfogo?
“Guardi, io non lo so cosa ci sia, se una gaffe o meno. So solo che il desiderio che lei ha manifestato è realizzabile attraverso questa riforma, leggendo le norme. Questo sì”.
Ok, allora le chiederò subito questa sua condizione di avvocato che sta con il No. Fino a oggi ci è stata dipinta un’avvocatura come un monolite fermo e compatto a favore del Sì, con le Camere penali che decidono tutto e hanno il monopolio della voce degli avvocati. Ma non è così, evidentemente…
“Io sono iscritto alla Camera Penale di Roma e all’Unione delle Camere Penali, che sono una rispettabilissima associazione con la quale ho partecipato a tante battaglie nobili, ma certamente non a questa. L’Unione delle Camere Penali, che esiste da circa 40 anni, rappresenta il 4% dell’avvocatura italiana, quindi diciamo sono 10-11 mila iscritti. Il rispetto che si deve a questa associazione non può far dimenticare che il 4% ovviamente non può avere il monopolio di tutta l’avvocatura, nemmeno tutti i penalisti sono iscritti. Questa narrazione secondo la quale l’avvocatura è tutta compatta per il Sì nasce dal fatto che fino a quel momento aveva parlato solamente l’Unione delle Camere Penali. Io ho costituito questo comitato il 10 dicembre ed eravamo in 11, a distanza di poche settimane, senza montarci la testa, però sono dati oggettivi e quindi mi fa piacere dirlo, siamo più di 1100. E c’è un trend costante di crescita degli avvocati e quindi io avrei molti dubbi sul fatto che l’avvocatura sia così compatta per il no. Molti dubbi, molti dubbi…”.
Parliamo del grande punto nevralgico della riforma: l’asserita sovrapponibilità di magistratura inquirente e giudicante… La vede così?
“È una storia che va avanti da molto tempo, questo fatto che siccome giudici e il Pm fanno parte dello stesso Csm, allora il giudice avrebbe maggiore disponibilità ad ascoltare le ragioni del Pm. I dati lo smentiscono, perché i numeri danno conto di un alto tasso di casi in cui il giudice dà torto al Pm. Se un Gip copia il provvedimento di un Pm rispetto a una richiesta di misura cautelare (cosa che accade, ma molto raramente), quello succede perché quel Gip è uno sfaticato. Non penso che gli venga la voglia di lavorare se non metti in un CSM distinto! È una battaglia esclusivamente ideologica che, tra l’altro, andrà in danno dei cittadini, perché la creazione di un Csm di soli Pm sarà una cosa pagata dai cittadini e anche dagli avvocati, perché rafforzerà tantissimo il Pubblico ministero. Io credo che la parità delle parti passi attraverso l’attribuzione al difensore di maggiori poteri nella fase delle indagini preliminari, perché oggi noi difensori, in quella fase, siamo una figura che deve andare col cappello in mano dal Pm e che non ha poteri di nessun tipo. Se io convoco un testimone nel mio studio per le indagini difensive e il testimone mi dice “io non ti dico nulla”, io non ho strumenti tali per cui lui rischia un reato di reticenza se non parla con me. È su questo terreno che si fa la parità tra le parti. Io mi tengo ben volentieri il Pm di oggi, che è molto più equilibrato di quello che verrebbe fuori da questa riforma. Ecco, gli farei fare due anni di giudicante prima, per renderlo più equilibrato.
Da avvocato è questa la parte della riforma che la preoccupa di più?
“È questa, insieme all’Alta Corte”.
Secondo i sondaggi il No potrebbe prevalere, ma dipende dall’affluenza. Ma demandare ai cittadini una questione così tecnica è giusto? Alla fine molti andranno a votare per dare un messaggio, in un verso o nell’altro…
“Come Comitato ci poniamo questo problema e suggeriamo questo: il nostro No non è solamente il voto di coloro che sono contrari alla riforma. Il No deve essere – e non è un artificio retorico, è una verità – anche il voto degli indecisi. Perché, siccome qui non è che si sta parlando del regolamento di un condominio, ma si sta parlando della Costituzione, se io non ho capito come tu vuoi cambiare la Costituzione, te lo devo impedire. Quindi anche l’indeciso, colui che non ha capito, deve votare No. Poi ovviamente sì, anche noi leggiamo i sondaggi, ma, insomma, aspettiamo di vedere come andrà dal voto vero!”.