La notizia dell’ennesimo naufragio emerge a distanza di giorni, senza comunicati ufficiali e senza immagini. Sergio Scandura ne dà conto attraverso i canali di monitoraggio indipendente delle rotte migratorie nel Mediterraneo centrale. Il fatto è netto: un solo sopravvissuto è stato soccorso in mare e portato a Malta; secondo la sua testimonianza, circa cinquanta persone sono morte nel naufragio dell’imbarcazione su cui viaggiavano.
L’episodio risale alla notte tra il 23 e il 24 gennaio. Il soccorso è avvenuto in acque internazionali, nel tratto di mare tra la Tunisia e Malta. Il superstite è stato recuperato dalla motonave mercantile Star e trasportato a La Valletta, dove è stato ricoverato in condizioni di grave ipotermia. Una volta stabilizzato, l’uomo ha raccontato di essere partito dal Nord Africa su una barca con a bordo circa cinquanta persone. Dopo poco più di ventiquattro ore di navigazione, l’imbarcazione si sarebbe capovolta a causa del maltempo. Nessun altro sarebbe riuscito a restare a galla.
Il soccorso, la testimonianza, il vuoto
La Capitaneria di porto di Lampedusa ha successivamente perlustrato l’area indicata dal sopravvissuto. Le ricerche non hanno portato al ritrovamento di altri naufraghi né di corpi. Anche in questo caso, come accade frequentemente nel Mediterraneo centrale, non esistono riscontri materiali che consentano una ricostruzione diretta dell’evento. L’unica fonte resta la testimonianza dell’uomo salvato.
Il naufragio si inserisce in una sequenza più ampia di segnalazioni arrivate nei giorni precedenti. Alarm Phone aveva comunicato la perdita di contatto con diverse imbarcazioni partite dalla Tunisia nello stesso periodo. Secondo l’organizzazione, circa 150 persone risultano disperse su almeno tre barche mai arrivate a destinazione. L’ipotesi è che il naufragio raccontato dal sopravvissuto corrisponda a una di queste partenze segnalate e rimaste senza riscontro.
Il contesto meteorologico è un elemento determinante della ricostruzione. Nei giorni del naufragio, il Mediterraneo centrale era interessato dal ciclone Harry, con condizioni di mare molto mosso, venti forti e onde anomale. Le stesse condizioni hanno reso difficili anche le operazioni di ricerca successive, riducendo le possibilità di individuare superstiti o resti dell’imbarcazione.
Una rotta che continua a inghiottire
Negli stessi giorni, altre operazioni di soccorso hanno avuto esito diverso. La nave Sea-Watch 5 ha recuperato 18 persone nella zona Sar libica, tra cui due bambini piccoli, successivamente indirizzate verso il porto di Catania. La coesistenza di salvataggi riusciti e naufragi senza testimoni è una costante della rotta del Mediterraneo centrale, dove l’esito di una traversata dipende spesso da fattori contingenti e dalla presenza di navi in transito.
Secondo i dati dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni, il 2024 resta l’ultimo anno con un bilancio completo, pari ad almeno 1.873 morti o dispersi nel Mediterraneo. Per il 2025 sono disponibili solo dati parziali, che già segnalano nuove decine di vittime nei primi mesi dell’anno. Dal 2014, le persone morte o scomparse lungo questa rotta superano complessivamente le 33mila. Si tratta di stime che non includono chi è partito e non è mai stato intercettato da alcun sistema di ricerca.
Il naufragio emerso in questi giorni non presenta elementi eccezionali rispetto a molti altri avvenuti negli ultimi anni. Ciò che lo distingue è il modo in cui viene alla luce: a posteriori, attraverso una singola testimonianza, senza un recupero dei corpi e senza una comunicazione istituzionale immediata. Un evento che entra nel conteggio solo perché qualcuno è sopravvissuto abbastanza a lungo da poterlo raccontare.