Nel Pdl sarà divorzio. Tutto è già deciso. Si aspetta solo il 16

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di Vittorio Pezzuto

La guerra dei numeri procede nel Pdl tra telefonate, conteggi, calcoli delle probabilità. E giorno dopo giorno cresce la sensazione che al Consiglio nazionale del 16 novembre le parti reciteranno un copione già scritto: quello del divorzio. Per dire, ieri in Parlamento si è diffusa la voce che sarebbe imminente la costituzione di gruppi parlamentari “Popolari per l’Europa” vicini al Ministro della Difesa Mario Mauro, nel quale andrebbero a confluire esponenti dell’Udc e i filo governativi del Pdl. Ipotesi peraltro prevista con schiettezza dal ministro Gaetano Quagliariello, che in un paio di interviste ha annunciato la probabile divisione in due differenti gruppi di osservanza berlusconiana. «È inutile procedere per sofismi e voler spaccare il capello in quattro proponendo categorie inesistenti come quella dei due berlusconismi. Esiste Berlusconi e la sua Weltanshaung. O si è per Berlusconi o si è contro» gli ha subito risposto Daniela Santanché. Parole al vento. «Qual è la linea Maginot dell’unità del Pdl? Sempre i problemi del 2 ottobre» ha spiegato infatti Quagliariello ai margini di un convegno sul bipolarismo organizzato a Pescara dalla sua Magna Carta. «C’è chi ritiene che il governo debba cadere con la decadenza di Silvio Berlusconi e c’è chi ritiene che la decadenza, frutto di una sentenza ingiusta, sarebbe grave ma che la battaglia al fianco del nostro leader sia compatibile con gli interessi del Paese. Se si scioglie quel nodo si può trovare una forma di unità, altrimenti bisognerà prendere atto che la scelta del 2 ottobre» con la conferma della fiducia al governo Letta fu solo «tattica, e non perché ci si credesse davvero». Frasi che i lealisti hanno vissuto come l’ennesima provocazione. «È difficile non vedere una continuità tra le numerose interviste dai toni ultimativi del ministro Quagliariello e il convegno organizzato a Pescara da Magna Carta su bipolarismo, larghe intese e alternanza, con un parterre accuratamente selezionato e un obiettivo chiaro: la corsa verso il centrodestra che non c’è» ha attaccato la deputata Pdl Deborah Bergamini. «Troppa ambizione – ha ammonito – rischia di diventare, alla fine, infruttuosa presunzione». Per la senatrice Anna Maria Bernini, invece, «le sorprendenti affermazioni del ministro Quagliariello in versione guerrigliera smentiscono le buone intenzioni delle cosiddette colombe. Si tratta in realtà di un ultimatum ricattatorio proprio nel momento in cui il Pdl-Forza Italia è impegnato in uno sforzo di unità e condivisione».

Due semplici domande
Ma l’attacco più affilato il ministro l’ha dovuto subire dall’ex portavoce del Pdl Daniele Capezzone. «Sia pure nella forma morbida e avvolgente di una elevata lezione universitaria, di uno stimolante speech accademico, di una intervista riflessiva e pensosa, dal professor Quagliariello viene una sorta di ukase» ha osservato. «Mi pare dunque necessario che ciascuno chiarisca due punti essenziali. Primo. C’è forse chi è pronto ad accettare senza problemi (magari limitandosi a qualche comunicato postumo e coccodrillesco) la decadenza di Silvio Berlusconi, certificando la nostra sottomissione al giustizialismo della sinistra, e subendo l’esclusione dal Parlamento del rappresentante istituzionale di quasi dieci milioni di elettori? Secondo. C’è forse chi è pronto ad accettare senza troppi problemi il ritorno della tassa sulla prima casa, più o meno mascherata e camuffata, certificando la nostra sottomissione alla logica tassa e spendi della sinistra?».

A Re Giorgio l’ultima mossa
Quagliariello non l’ha presa bene. Reagendo con la stizza del professore colto in fallo da uno studente particolarmente tignoso ha così replicato: «L’amico Capezzone parla di ukase forse perché si crede Rasputin. Ma poiché a ognuno vanno riconosciute le sue lezioni, lo preferisco come professore di lealismo: così leale al centrodestra dopo esserlo stato al centrosinistra, con annessi ruoli istituzionali; così leale alle larghe intese dopo essere stato eletto presidente della Commissione Finanze con i voti determinanti di quella parte politica che oggi pubblicamente aborre e che evidentemente invece all’epoca gli dev’essere sembrata, non si sa sulla base di cosa, un po’ meno giustizialista. Ben vengano dunque le interrogazioni alla lavagna, purché le domande non vengano poste stile Marzullo: con risposte incorporate (e chi dissente al rogo)». Controreplica immediata di Capezzone: «Il professor Quagliariello – solitamente soave, morbido, rotondo – passa oggi nervosamente agli attacchi personali, trovandosi a corto di argomenti. Peccato. Per il resto, che dire? La sua lealtà è già stata ‘sperimentata’ da alcuni, in passato. Quanto a me – continua Capezzone (che nel novembre 2007 lasciò la presidenza della Commissione Attività produttive in polemica contro i contenuti della Finanziaria dell’allora governo Prodi) – rivendico di essermi già dimesso nella mia vita, contro un aumento di tasse, lasciando soldi e poltrona. Non pretendo che altri facciano altrettanto. Intanto, se può e se riesce, risponda alle domande: che si fa sulla decadenza di Berlusconi e sull’aumento della tasse?». Bella e inutile domanda, visto che i governativi sono sempre più determinati a portare avanti a tutti i costi (anche quelli di una scissione) l’esperienza delle larghe intese. Lo stallo potrebbe essere risolto solo grazie a un’imprevedibile mossa del cavallo giocata da Re Giorgio: quella della grazia a Berlusconi. Ipotesi tecnicamente praticabile, visto che ieri Marcello Dell’Utri ha rivelato la formale richiesta in tal senso avanzata dai cinque figli dell’ex premier.