Nessuno crede alla trattativa in casa Pd. La sinistra dem diffidente sull’accordo per la legge elettorale. Ma Bersani assicura che non lascerà il partito

di Stefano Iannaccone
Politica

Più che un’intesa serve un miracolo. Nel Partito democratico il clima è quello di affidarsi alla divina provvidenza sul possibile accordo per la nuova legge elettorale. L’unica certezza è la permanenza della minoranza nel Pd anche dopo il 4 dicembre. L’ex segretario Pier Luigi Bersani ha ribadito: “Il partito è casa mia”. Un concetto espresso con una metafora bellica: solo i militari possono sfrattarlo da Largo del Nazareno. “Per quel che mi riguarda, a portarmi fuori dal mio partito ci può riuscire solo la Pinotti, con l’esercito”, ha detto, ottenendo la risposta ironica della ministra della Difesa: “Schiero l’esercito per impedirgli di uscire”. Non è stato da meno l’ex capogruppo alla Camera, Roberto Speranza: “Si può pensarla diversamente sul referendum. Ma per me la scissione non esiste”. Quindi Renzi deve rassegnarsi: comunque vada il 4 dicembre, dovrà tenersi in casa gli avversari interni. Quelli che, a dire del presidente del Consiglio, vogliono “una discussione di decenni su quello che poteva fare l’esperienza riformista e non ha fatto”.

CLIMA IN MINORANZA
In ogni caso nella minoranza dem circola un ragionamento chiaro: la proposta avanzata in direzione non va respinta. Anzi. Il giorno dopo, alla Camera, i parlamentari si sono confrontati, concordando sulla necessità di indicare il delegato da inserire nella commissione messa sul tavolo da Renzi per trovare un accordo sulla legge elettorale . E disinnescare così il “combinato disposto” Italicum/riforma della Costituzione. “Chi guarda le cose in buona fede, non può non vedere che l’incrocio tra la riforma costituzionale e l’Italicum produce una modifica profonda della forma di governo, Modifica che io ritengo negativa e, con quel che succede nel mondo, anche pericolosa”, ha ribadito Bersani. Il nome che circola come candidato al ruolo di mediatore è quello del deputato Andrea Giorgis, docente di diritto che avrebbe anche tutte le credenziali per affrontare la questione. Ma ci sono anche altre possibili soluzioni, che avrebbero un maggior peso politico: spedire a trattare un big della minoranza come Gianni Cuperlo e “Bob” Speranza. Proprio Cuperlo, nelle riunioni che hanno preceduto la direzione di lunedì, ha convinto i colleghi a cercare la mediazione con Renzi in qualsiasi modo, creando anche qualche malumore tra i bersaniani più oltranzisti schierati su una posizione di maggiore intransigenza. Sarebbe un profilo perfetto per trattare. “La questione – spiega un autorevole deputato della sinistra dem – non è il nome da trovare, ma la strategia. In questa commissione andre con la richiesta di lavorare in tempi certi”.

I PONTIERI
I renziani non si sono sbottonati: i fedelissimi del segretario giurano di voler risolvere la questione, magari cercando di far leva sui capigruppo di Camera e Senato, Ettore Rosato e Luigi Zanda, inclusi nella corrente franceschiniana, da sempre candidata al ruolo di pontiere. La base potrebbe essere l’Italikos presentato da Rifare l’Italia, ossia i Giovani Turchi di Matteo Orfini e Andrea Orlando, che cancellano il ballottaggio,  rimodulano il premio di maggioranza. Tuttavia, oltre agli ipotetici punti di incontro, resta un solco: “Difficile fidarsi di Renzi. Troppe volte non ha mantenuto le promesse”, osserva un bersaniano doc. “Basti pensare alla promessa di rinnovo della segreteria”, ricorda un’altra fonte vicina all’area di Speranza. L’unico avvicendamento in segreteria è maturato per far entrare in squadra un renziano, come Matteo Ricci con la delega agli Enti locali, spostando l’orfiniana Valentina Paris alle Attività produttive. “C’è stata una violazione dello statuto che prescrive un numero preciso di incarichi. Ma questo ormai è il minimo”, chiosa un esponente della minoranza.