Non c’è mascherina che tenga per il virus che dilania la Lega

di Antonio Pitoni
Editoriale

Voleva tornare subito alle urne per prendersi i pieni poteri. Poi scoprì che in Italia si vota ogni cinque anni e non dopo cinque Mojito sorseggiati tra le cubiste del Papeete. Un anno dopo, stessa spiaggia stesso mare. Ma per Matteo Salvini è tutta un’altra musica. A rovinargli le vacanze c’ha pensato, stavolta, lo scandalo dei furbetti del bonus partite Iva. Ultimo scherzo di un destino che sembra ormai perseguitarlo.

Neanche il tempo di lasciarsi alle spalle le polemiche per la sua partecipazione al convegno negazionista – con tanto di rifiuto di indossare la mascherina obbligatoria nei locali del Senato – seguito rovinosamente da una nuova impennata di contagi in mezzo mondo, ed ecco che il virus torna a bersagliarlo.

A due giorni dalla scoperta che cinque deputati (tre sarebbero della Lega) e un esercito di consiglieri e amministratori regionali avrebbero chiesto, e in alcuni casi pure incassato, il bonus Covid del Governo per salvare dalla fame milioni di italiani in difficoltà, tra rei confessi e sospettati il Carroccio veleggia in testa alla classifica dei furbetti. Nomi svelati alla stampa da “soffiate” partite dall’interno della stessa Lega che danno la misura della guerra in atto all’interno del Carroccio.

Che, ad un anno dalla crisi di governo aperta da Salvini tra i deliri di Milano Marittima, ha dovuto lasciare ministeri e commissioni per assecondare la promessa di prendersi il Paese ritrovandosi con un pugno di mosche e dieci punti bruciati nei sondaggi. Un virus inesorabile dal quale neppure la mascherina avrebbe potuto salvare il Capitano. E contro il quale non sembra esserci vaccino.