Non c’è privacy che tenga. Furbetti del Covid senza più alibi. Conoscere i nomi dei politici coinvolti è questione di ore

di Carmine Gazzanni
Politica

Era solo questione di tempo. La Notizia l’ha detto nei giorni scorsi e alla fine è stato lo stesso Garante per la Privacy, da poche settimane presieduto da Pasquale Stanzione (nella foto), ad accertarlo: non esiste alcuna ragione di tutela di dati sensibili quando si parla da una parte di persone che ricoprono incarichi pubblici e dall’altra di bonus ugualmente pubblici. Su tutti basta ricordare quanto scriveva ieri Antonio Pitoni sul nostro giornale: “Finora sono riusciti a nascondersi dietro l’insostenibile scudo della privacy che, notoriamente si applica in forma attenuata ai personaggi pubblici – parlamentari compresi – a maggior ragione quando in ballo ci sono, come in questo caso, erogazioni a carico della collettività. Ma è solo questione di tempo”. Detto fatto.

Alla fine il Garante ha chiarito la questione: “La privacy non è d’ostacolo alla pubblicità dei dati relativi ai beneficiari del contributo laddove, come in questo caso, da ciò non possa evincersi, in particolare, una condizione di disagio economico-sociale dell’interessato“. Insomma, l’Inps di Pasquale Tridico ha preso un cantone grosso come una casa: non può invocare ragioni di privacy per non diffondere i nomi. Lo prevede il Codice della trasparenza e ciò vale a maggior ragione rispetto a coloro che svolgono una “funzione pubblica“, aggiunge il Garante, che aprirà un’istruttoria sulla metodologia seguita proprio dall’Inps.

PAROLA DI GIURISTI. Che la questione della tutela della privacy non reggesse, d’altronde, l’avevano specificato nel corso degli ultimi giorni eminenti accademici e costituzionalisti. “Andrebbe pubblicato l’elenco di tutti i percettori del bonus Partita Iva, non solo i nomi dei 5 deputati. I cittadini hanno il diritto di sapere chi usufruisce delle risorse pubbliche”, diceva il professor Alfonso Celotto, ordinario di diritto costituzionale all’Università Roma Tre qualche giorno fa a La Repubblica. A rincarare la dose ci ha pensato il professor ed ex membro della Corte Costituzionale Enzo Cheli al Messaggero: “Quando c’è una erogazione di denaro pubblico bisogna sapere da dove viene il denaro e dove va. Nel caso specifico dei deputati che hanno ottenuto il bonus da 600 euro, il principio della privacy in un modo o nell’altro sarà superato. In ogni caso i deputati sono tenuti a rendere pubblici i loro patrimoni e le loro entrate. Se nessun parlamentare dovesse auto-denunciarsi, neanche con il 730, la presidenza della Camera a quel punto potrà chiedere all’Inps di rendere pubblici i nomi dei deputati gratificati dal bonus perché il principio di trasparenza prevale su quello della privacy per chi svolgo attività pubblica”.

IL CONTROSENSO. Che l’alibi della privacy non potesse reggere era d’altronde visibile anche per un altro ipotetico cortocircuito. Non tutti sanno, infatti, che i parlamentari sono tenuti per legge a pubblicare sui siti istituzionali (Camera e Senato) la propria dichiarazione dei redditi, da cui ad esempio sappiamo che il reddito di gran parte degli eletti (anche dei due sospettati leghisti) è praticamente raddoppiato superando i 100mila euro nella dichiarazione del 2019 rispetto a quella del 2018. E qui il punto: che senso avrebbe avuto non conoscere i nomi degli onorevoli beneficiari dei 600 euro di bonus e poi ritrovarsi quella stessa cifra all’interno della dichiarazione che gli stessi avrebbero poi consegnato in Parlamento per la pubblicazione? Nessuna, appunto. Adesso è solo questione di ore: conosceremo i nomi dei furbetti, probabilmente verranno espulsi dai gruppi di appartenenza (ce lo auguriamo) e si potrà tornare a pensare a cose più serie.