Non c’è spazio per il Jobs Act. Poletti svela il Renzi pensiero. Il ministro: referendum solo dopo le politiche. Rivincesse il no Matteo sarebbe spacciato

di Lapo Mazzei
Politica

Reintegro ed estensione dell’articolo 18, cancellazione dei voucher, reintroduzione della piena responsabilità solidale in tema di appalti. Sono questi i tre quesiti referendari che saranno esaminati l’11 gennaio del prossimo anno dalla Corte costituzionale per vagliarne l’ammissibilità. I primi due riguardano il Jobs Act, l’altro la cosiddetta Legge Biagi. Tutti e tre sono già stati dichiarati conformi alla legge dall’Ufficio centrale per il referendum presso la Cassazione, con un’ordinanza del 9 dicembre scorso. Il 1 luglio erano state depositate in Corte di Cassazione oltre un milione di firme per ognuno dei tre quesiti referendari.

Ecco, basterebbero questi dati per capire quale sia la valenza politica del sempre più probabile voto referendario sulla legge per il lavoro fortemente voluta dal governo guidato da Matteo Renzi, meglio nota come Jobs Act, e altrettanto fortemente avversata dai sindacati e dal mondo giovanile. La netta prevalenza del no alla recente consultazione per la riforma costituzionale è figlia anche di quella realtà sociale, ovvero dei giovani ampiamente presenti nelle indagini sociologiche ma del tutto inesistente nelle cifre degli occupati. Da qui la distanza siderale fra palazzo Chigi e le nuove leve del Paese in cerca di una identità, e non solo professionale. Un quadro d’insieme, quello appena tratteggiato,  la cui traduzione politica è la probabile vittoria del no al referendum sul Jobs Act e la ovvia paura della maggioranza nel misurarsi con la realtà.

E proprio perché questo è il vero scoglio sul quale può incagliarsi il neonato governo Gentiloni, il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, ha provato a mettere in mare una motovedetta, nel tentativo di liberare l’esecutivo dal peso delle polemiche, finendo, però, per innescare la reazione contraria. Fuor di metafora il titolare del  dicastero di Via Veneto ha infilato una bella gaffe della quale il neo presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, avrebbe fatto volentieri a meno. “Le mie affermazioni non sono altro che l’ovvia constatazione che, qualora si andasse a elezioni politiche anticipate, la legge prevede un rinvio dei referendum”, spiega l’esponente dell’esecutivo, “è un’ipotesi che io non ho invocato e non dipende certo dalla mia volontà che questo possa accadere. Ogni interpretazione strumentale è, quindi, totalmente fuori luogo”.   C’è poco da interpretare. Renzi, pilota di Gentiloni, vuole evitare a tutti i costi il referendum sulla legge per il lavoro licenziata dal suo governo sapendo che una seconda sconfitta popolare sarebbe fatale per lui più che per l’esecutivo in carica. E pur di evitare ciò l’ex premier e il suo clone preferiscono portare il Paese alle urne, ammesso che il capo dello Stato acconsenta. E qui il si apre la partita vera. Sergio Mattarella dovrà dire al Paese se ritiene prioritarie le regole del gioco, ferme da ben quattro turni, con i  governi non eletti e gli elettori inchiodati alla casella di partenza, o l’occupazione e il lavoro. Un quesito, questo, che vale più di tutti i referendum.