Il caso Delmastro non è un episodio isolato. Mentre la Camera ha già scudato l’ex sottosegretario, un altro fascicolo delicato attende lo stesso passaggio parlamentare: quello sulle chat legate al risiko bancario che ha portato alla cessione delle quote pubbliche di Mps, e che a settembre arriverà davanti alle Giunte per le autorizzazioni di Camera e Senato con le stesse identiche dinamiche viste per Delmastro.
A puntare i riflettori sulla vicenda è il senatore M5S Mario Turco, che in una nota ricostruisce i termini della questione. Per Turco, sul risiko bancario “è emersa da tempo l’esistenza di conversazioni” tra l’allora direttore generale del Mef, Marcello Sala (non indagato), e diversi esponenti politici e di governo, tra cui il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, il vicepremier Matteo Salvini, il viceministro Maurizio Leo e il sottosegretario Federico Freni. In tutto nove i nomi coinvolti. Figurano infatti anche i sottosegretario Edoardo Rixi e i parlamentari Giovanbattista Fazzolari, Massimiliano Romeo, Giulio Centemero e Antonio Misiani.
Messaggi che, sottolinea il senatore, “assumono particolare rilevanza” alla luce dell’operazione con cui, nel novembre 2024, il Mef cedette il 15% di Mps, aprendo quella che definisce “una delle fasi più controverse e opache del risiko bancario italiano”.
L’inchiesta della procura che coinvolge Caltagirone, Milleri e Lovaglio
Su quell’operazione la Procura di Milano indaga da tempo, ipotizzando un concerto tra il costruttore Francesco Gaetano Caltagirone, il presidente di Delfin Francesco Milleri e l’allora Ad di Mps Luigi Lovaglio. Caltagirone e Delfin, ricorda Turco, furono peraltro tra gli acquirenti delle quote cedute dal Tesoro. A questo si aggiunge un altro elemento che il senatore definisce meritevole di “massima trasparenza”: il collocamento del 15% di Mps fu affidato dal Mef a Banca Akros, del gruppo Banco BPM, che risultò a sua volta tra gli acquirenti dell’operazione, rilevando il 5% della banca senese. Una circostanza, rivendica Turco, “che abbiamo per primi denunciato”.
Per le chat un percorso già visto
La Procura di Milano ha chiesto da tempo alle Camere di poter accedere alle conversazioni dichiarate dallo stesso Sala, e le Giunte parlamentari avevano risposto chiedendo ulteriori chiarimenti. Ora, spiega Turco, “i magistrati hanno spiegato perché l’accesso a quelle chat sia rilevante per l’inchiesta e perché impedirlo rischierebbe di compromettere gli accertamenti“. Da qui l’affondo finale: “A questo punto non ci sono più alibi. Fuori le chat di Giorgetti e degli altri esponenti di Governo e parlamentari coinvolti. Gli italiani hanno diritto di sapere cosa accadde realmente”.
Fuori Bagnai, dentro Crosetto
A completare il quadro sono alcuni dettagli emersi nei giorni scorsi sulla richiesta della Procura. Il 29 aprile il procuratore di Milano Marcello Viola aveva già chiesto alle Giunte di poter visionare le chat di Sala. Nella lettera più recente inviata dalla Procura, secondo alcune fonti, non comparirebbe più il nome del deputato Alberto Bagnai, presente invece nella richiesta precedente, mentre farebbe la sua comparsa il ministro della Difesa Guido Crosetto, per il quale servirebbe comunque l’autorizzazione parlamentare pur non essendo eletto.
Nella documentazione inviata alle Giunte, i magistrati milanesi spiegano che l’accesso alle chat è necessario innanzitutto per verificare l’identità reale degli interlocutori di Sala, dal momento che la sola intestazione di un’utenza telefonica non fornisce alcuna certezza su chi effettivamente la utilizzi.
Negare quell’autorizzazione, avvertono i pm, rischierebbe di compromettere l’efficacia di un’indagine che riguarda una delle principali operazioni di aggregazione bancaria degli ultimi anni, con riflessi sull’intero equilibrio del capitalismo finanziario italiano.
Come già accaduto per Delmastro, però, la maggioranza sembra orientata a fare muro. Fonti della coalizione di governo fanno sapere che nella lettera dei magistrati ci sarebbero alcune “anomalie”: mancherebbe una vera motivazione, e sarebbero presenti “errori”. Le stesse parole, con lo stesso copione, che hanno preceduto il voto blindato sul caso dell’ex sottosegretario alla Giustizia.