Se c’è una certezza in questa campagna referendaria, è che al passare dei giorni e con i sondaggi in rapida evoluzione tanti politici si sono lasciati andare a dichiarazioni discutibili. È cominciato tutto con una parola: “para-mafioso”. A pronunciarla – o meglio, ad accostarla al Consiglio superiore della magistratura (Csm) – è stato il ministro della Giustizia Carlo Nordio, nell’intervista del 15 febbraio sui quotidiani del gruppo Nord-Est Multimedia in cui raccontava le ragioni che, secondo lui, dovevano spingere gli italiani a votare Sì al referendum.
Intendiamoci il Guardasigilli in passato aveva già definito il sistema delle correnti di pm e giudici un “verminaio”, ma quella volta è andato oltre. Per giustificare la sua posizione, ha sottolineato il dato sull’adesione all’Associazione Nazionale Magistrati (Anm) pari al 97% delle toghe italiane che costituisce “una percentuale bulgara” e che dimostrerebbe che “se vuoi avanzare devi aderire. E quando si elegge il Csm, iniziano le telefonate. Se un magistrato non ha un ‘padrino’ è finito, morto”. Per questo ha parlato di un “sistema para-mafioso” fondato sulle appartenente correntizie che solo la riforma da lui proposta, con l’introduzione del sorteggio del Csm, sarebbe in grado di superare.
A rispondergli è stato, il 18 febbraio scorso, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che in quell’occasione ha fatto qualcosa che non era mai accaduto nei suoi undici anni di presidenza: si è presentato di persona a presiedere una seduta ordinaria del Csm. Qui il Capo dello Stato ha aperto la riunione affermando di essere venuto “soprattutto nella veste di presidente della Repubblica” per ribadire “il valore del ruolo di rilievo costituzionale del Csm”, ricordando “il rispetto che occorre nutrire e manifestare – particolarmente da parte delle altre istituzioni – nei confronti di questa istituzione”. Intervento in cui Mattarella ha riconosciuto che il Csm non è esente da “difetti, lacune, errori” e che le critiche sono legittime, precisando che queste devono “rimanere rigorosamente istituzionali ed estranee a temi o controversie di natura politica”. Insomma un appello alla politica al fine di abbassare i toni.
Destre in tilt sul referendum
Peccato che l’appello è caduto nel vuoto. La campagna referendaria, infatti, ha continuato a infiammarsi. Il 9 marzo Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del ministero della Giustizia, ha riacceso la miccia in modo improvviso. Intervenuta in un talk show sull’emittente siciliana Telecolor, al termine di un confronto con la senatrice Ilaria Cucchi, Bartolozzi ha tuonato: “Votate sì e ci togliamo di mezzo la magistratura, che è pilot… sono plotoni di esecuzione. Plotoni di esecuzione”. Ma non è tutto. Nel corso della stessa trasmissione televisiva, questa volta riferendosi a una sua personale vicenda giudiziaria, ha poi aggiunto: “Io ho un’inchiesta in corso. Scapperò da questo Paese” se la riforma non dovesse passare.
Parole che hanno spinto le opposizioni a chiedere il passo indietro della Bartolozzi che, però, non c’è stato. Malgrado i continui appelli del Colle ad abbassare i toni, le uscite scomposte sono continuate. Il 16 marzo, a Genzano di Lucania, il deputato di Fratelli d’Italia Aldo Mattia – intervenuto a un incontro per il Sì – ha offerto ai presenti una ricetta per portare voti a casa: “Utilizzate anche il solito sistema clientelare”. Ha spiegato il meccanismo: “Non ci credi? Fammi questo favore. Perché tu sei mio cugino, perché io ti ho fatto questo favore”.
Poi la chiosa: “Utilizziamo anche questi mezzi. Perché dobbiamo vincere questa battaglia”. Il giorno dopo, il 17 marzo, è circolato un video ripreso dall’opposizione che mostra il senatore di Fratelli d’Italia Franco Zaffini intervenire a un convegno pro-Sì a Terni. Qui Zaffini ha ripreso la metafora di Bartolozzi sui “plotoni d’esecuzione” per rilanciarla: “Io aggiungo che è come se ti diagnosticano un cancro. È peggio di un plotone d’esecuzione”.