In Israele c’è finalmente un’inchiesta sulla distruzione di Gaza. Niente di serio, tranquilli, qui si parla di fatture. Martedì la polizia ha fermato 21persone, 16 appaltatori civili e 5 sottufficiali dell’esercito, dopo mesi di indagine sotto copertura dell’unità Lahav 433 e della polizia militare: secondo Ynet gli appaltatori avrebbero rubato carburante per milioni di shekel e fatturato all’esercito lavori con i mezzi pesanti lasciati a metà o mai cominciati.
Sono le ruspe che a fine giugno 2025 Haaretz raccontava all’opera nella Striscia, con un soldato che spiegava come ogni appaltatore incassasse 5.000 shekel per ogni casa abbattuta. Le accuse di martedì sono frode, corruzione e riciclaggio. La parte lesa è l’esercito.
Intanto mercoledì il ministero della Salute di Gaza ha avvertito che l’olio per i generatori degli ospedali è finito, che ne servono più di 2.500 litri al mese e che le forniture a gocce “non prolungano la vita” degli impianti, mentre l’OCHA già il 2 ottobre legava gli spegnimenti dei generatori negli ospedali alla carenza di olio lubrificante e alle restrizioni israeliane su olio motore e pezzi di ricambio. Martedì all’alba un raid su un appartamento accanto all’ospedale Al-Shifa ha ucciso un uomo e sua moglie, e i corpi sono arrivati lì, dove le luci dipendono da quell’olio. Medici senza frontiere ad agosto ha scritto che il blocco dell’olio e dei ricambi è un tassello di quello che definisce il genocidio in corso contro i palestinesi di Gaza. Chi ha provato a portare aiuti dal mare paga ancora: secondo El País gli Stati Uniti hanno negato l’ingresso ad Ada Colau, candidata del Frente Amplio, dopo un colloquio in ambasciata tutto sulla flottiglia.
La polizia israeliana, nel comunicato ripreso da i24News, promette di agire “finché la verità sarà portata alla luce” e la legge applicata fino in fondo. Sulle fatture, ovviamente.