Rendere perseguibile lo stupro dentro il matrimonio, negli Stati americani che lo hanno fatto fra il 1976 e il 2001, ha fatto salire gli omicidi fra coniugi di circa il 27 per cento. Le pene minime di 25 anni per gli abusi sui bambini, introdotte dopo il caso di Jessica Lunsford nel 2005, hanno portato in dote circa 11 bambini uccisi in più per Stato ogni anno. Gli omicidi di estranei e di adulti sopra i 40 anni, che le riforme lasciavano fuori, restano fermi. Lo hanno misurato Radhika Bansal, dottoranda alla University of California Riverside, e Ugo Antonio Troiano, ordinario di economia all’Università di Verona, in uno studio sui dati della polizia federale americana dal 1976 al 2015, riassunto martedì su lavoce.info sotto un titolo che andrebbe appeso in ogni ufficio legislativo: “Quando le pene rendono la violenza più letale”.
Il meccanismo è brutale. Gli autori lo chiamano deterrenza marginale. In una violenza sessuale la vittima è spesso l’unica testimone e la condanna può dipendere soltanto dalla sua voce. Se la pena per lo stupro sale e quella per l’omicidio resta ferma, la distanza fra ciò che l’aggressore rischia lasciandola andare e ciò che rischia eliminandola si accorcia, e il silenzio della testimone diventa, nel calcolo di chi ha già commesso il primo reato, un affare. Cesare Beccaria lo aveva scritto nel capitolo sulla proporzione fra i delitti e le pene: “Se una pena uguale è destinata a due delitti che disugualmente offendono la società”, chi delinque perde ogni freno davanti al delitto maggiore. Lettura evidentemente sparita dai programmi elettorali
Dei delitti e delle pene, la gara al rialzo
Da noi la risposta a ogni fatto di cronaca è un anno in più. Secondo il conteggio di Pagella Politica, fra l’ottobre 2022 e l’agosto 2026 il governo di Giorgia Meloni è intervenuto 102 volte sui reati del codice penale, circa una ogni due settimane, con 21 reati nuovi di zecca, e il rapporto di Antigone conta oltre 65 aumenti di pena su reati che esistevano già. Sulla violenza sessuale la senatrice Giulia Bongiorno (Lega), presidente della commissione Giustizia del Senato, il 27 gennaio ha fatto adottare un testo base che porta gli atti sessuali con violenza o minaccia a una pena da sette a tredici anni, passato con 12 voti contro 10. Il codice vigente dice sei-dodici. Un anno in più sotto e uno in più sopra.
Il codice italiano, va riconosciuto, il salto per fortuna lo tiene ancora largo: l’omicidio volontario vale almeno 21 anni e l’articolo 576 prevede l’ergastolo per chi uccide in occasione di una violenza sessuale, come ricordano gli stessi autori. E lo studio contiene un dettaglio che smonta la retorica del numero più grande: negli Stati con la pena capitale, dove la distanza fra stupro e omicidio resta massima, l’aumento degli omicidi fra coniugi diventa statisticamente irrilevante. A pesare è il divario fra le due pene, molto più della loro altezza, cioè la sola variabile che ignora chi alza i minimi a ogni titolo di giornale.
Il margine della sopravvivenza
Ed è proprio lì dove la legge dovrebbe proteggere la testimone che il panpenalismo arriva a mani vuote. Bansal e Troiano indicano dove intervenire: proteggere subito la vittima dopo la denuncia, separarla davvero dall’aggressore, accorciare i tempi fra denuncia e processo, raccogliere prove che reggano anche senza una sua testimonianza successiva.
Costano tutte. E nessuna ha la fotogenia di un minimo edittale alzato in conferenza stampa. Meno una condanna dipende da una sola persona, è la loro conclusione, meno conviene farla tacere. Alzare gli anni senza toccare quel margine significa lasciare la testimone esattamente dov’era, con un aggressore che ha appena ricevuto un motivo in più per assicurarsi che resti zitta.