Ok, la riforma è giusta. Intesa tra Pd e Forza Italia

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di Lapo Mazzei

Niente più inciuci, niente ricatti grazie alla nuova legge elettorale. E poi ora avanti tutta con l’abolizione del Senato, il taglio delle Province e la riforma del Titolo V della Costituzione, in modo da limare per sempre le unghie alle regioni e ai vari Batman de’ noantri disseminati nei consigli regionali della penisola. Ovviamente nella lista delle cose da fare non manca l’immancabile Job Act, di cui si conosce il titolo ma non il contenuto. Perché parlare di lavoro fa trendy ma la sostanza è un’altra cosa. E sì, è un fiume in piena il segretario del Pd Matteo Renzi, che dai social network rivendica «l’enorme passo avanti» fatto con l’accordo raggiunto con Forza Italia sul nuovo sistema di voto. Una valanga di ottimismo e grandi propositi che, a tratti, sfiora la melassa. Un po’ troppo, forse, per un intesa faticosamente raggiunta e arrivata sul filo di lana grazie al testo elaborato dal plenipotenziario azzurro Denis Verdini. Sin troppo semplice notare la sua cifra stilistica nel testo redatto, laddove si parla di quorum, premi di maggioranza e sbarramento. Ma per Renzi, ciò che importa davvero è l’effetto mediatico dell’operazione. Tutto il resto è noia. «Mai più larghe intese grazie al ballottaggio, mai più potere di ricatto dei piccoli partiti, mai più inciuci alle spalle degli elettori, mai più mega circoscrizioni», scrive Renzi su Facebook. «Con l’intesa sulla legge elettorale, nonostante i professionisti della critica, il passo avanti è enorme. Dopo anni di melina, in qualche settimana si passa dalle parole ai fatti». D’accordo, sarà anche vero, ma l’accordo portato a casa dal segretario del Pd è comunque un accordo al ribasso, che non taglia affatto i piccoli partiti e non toglie loro il potere di ricatto. L’aver dovuto accettare la cosiddetta clausola “salva- Lega” è la prova più evidente che a scrivere le regole del gioco, più che il Pd è stata Forza Italia. «Ma non fermiamoci qui» conclude il segretario del Pd. «Dai che questa è la volta buona». La volta buona per cosa lo vedremo presto. Perché se Renzi è davvero convinto di aver imboccato la discesa che porta al varo delle riforme costituzionali, dovrà comunque fare i conti con il fatto che questa legge elettorale dovrà essere approvata dal Parlamento. E tanto alla Camera quanto al Senato l’imboscata dei 101 franchi tiratori ai danni di Romano Prodi nella corsa al Quirinale è ancora una ferita aperta. Per qualcuno un monito: colpirne uno per educarne cento. E per affossare la legge elettorale ne potrebbero bastare anche meno di cento. Perché se da tutti i partiti più piccoli arrivano critiche più o meno forti all’accordo tra Renzi e Berlusconi, anche dall’interno dello stesso Partito democratico la minoranza cuperliana non ha fatto mancare il proprio contributo al dibattito, sostenendo con Alfredo D’Attorre che «l’accordo sulla legge elettorale sembra disegnato per Berlusconi» anche se «ci sono dei passi avanti». D’Attorre cita in particolare la norma Salva-Lega, «che sembra fatta apposta per costringere un possibile alleato di Berlusconi ad allearsi con lui», ma soprattutto il deputato Pd considera «una cosa fuori dal mondo che una forza che raggiunge 3 milioni di voti e sfiori l’8 per cento, resti fuori dal Parlamento solo perché non si è alleata». Altri temi sono quelli delle liste bloccate e della rappresentanza di genere, tutti punti sui quali la minoranza del Pd «continuerà la propria iniziativa» ma «a viso aperto, perché siamo contrari alle imboscate parlamentari e commetterebbe un grave errore chi profittasse del voto segreto» conclude il bersaniano di ferro. Buoni propositi che muoiono sempre nell’urna nel caso in cui si arrivi al voto segreto. Ovviamente la notizia dell’intesa raggiunta tra Pd e FI ha fatto il giro del vecchio continente, raggiungendo a Bruxelles il premier Enrico Letta, che la definisce «una buona notizia per l’Italia» se si riesce a fare le riforme e allo stesso tempo «a far muovere le riforme economiche». Per il presidente del Consiglio le riforme istituzionali e un nuovo sistema di voto «sono fondamentali per la stabilità e per far funzionare il Paese». L’accordo finale tra FI e Pd sull’Italicum prevede una soglia di accesso al premio di maggioranza che sale dal 35 al 37% (con premio di maggioranza che va dal 52 al 55%), quella per i partiti che si coalizzano che passa dal 5 al 4,5% e si affida al governo la delega per la ridefinizione dei collegi elettorali. In fase di “limatura” anche una norma che tuteli le formazioni a più forte radicamento regionale, una versione aggiornata della cosiddetta “salva-Lega”: in sostanza ci dovrebbe essere una soglia tra il 7 e l’8% che un partito deve superare in almeno tre Regioni dopo essersi presentato al massimo in 7 Regioni. Il Carroccio tira un sospiro di sollievo.

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