Onu in crisi e a stecchetto, tagli al bilancio e ai posti di lavoro. E intanto gli Usa (in debito per 4,2 miliardi) pagano solo per votare

Washington versa il minimo per non perdere il voto all’Onu, Trump apre il suo club, e la corsa al dopo Guterres si decide a colpi di veto

Onu in crisi e a stecchetto, tagli al bilancio e ai posti di lavoro. E intanto gli Usa (in debito per 4,2 miliardi) pagano solo per votare

Nel pomeriggio del 15 settembre il portavoce del Segretario generale delle Nazioni Unite, Stéphane Dujarric, ha confermato che da Washington erano appena arrivati 725 milioni di dollari per il bilancio ordinario e secondo l’Associated Press è quanto basta per evitare agli Stati Uniti la perdita del voto in Assemblea generale, che l’articolo 19 della Carta fa scattare quando gli arretrati raggiungono i contributi dovuti per i due anni precedenti.

Il resto del debito degli Stati Uniti, circa 4,2 miliardi secondo il conteggio di PassBlue, resta lì. Insomma, hanno pagato il biglietto d’ingresso e lasciato il conto sul tavolo.

Onu a stecchetto

In quella stessa Assemblea, si era appena aperto il dibattito generale dell’81esima sessione sotto un motto da ufficio stampa in lutto, ripristinare la fiducia, davanti ai 193 Stati membri e a un’Onu che si è già tagliata da sola: il bilancio 2026 presentato da António Guterres cancella 2.681 posti di lavoro, quasi un posto su cinque.

Nella lettera di gennaio riportata dal Global Policy Forum, Guterres descriveva un’Onu chiusa in un “ciclo kafkiano”, costretta a restituire agli Stati soldi che non ha mai incassato. Oggi, come ha spiegato Richard Gowan dell’International Crisis Group ad Arab News, la segreteria riesce a pagare perfino la settimana dei capi di Stato soltanto prelevando i soldi da altri bilanci. Il resto è decoro.

Il prezzo di un veto

Il 31 dicembre scade il secondo mandato di Guterres e la successione si decide tutta nel Consiglio di sicurezza, dove i cinque membri permanenti possono bocciare chi vogliono. Alla seconda votazione informale del 21 agosto secondo MercoPress nessuno degli otto candidati in corsa ha raggiunto i nove voti di incoraggiamento.

Gowan l’ha raccontato a Foreign Policy evocando Caligola e il cavallo fatto console: «Se le potenze di veto si accordano su un cavallo, molti altri membri lo voteranno». Chi parla, paga. L’ex presidente cilena Michelle Bachelet, sostenuta da Brasile e Messico dopo che il suo governo l’ha scaricata, il 3 settembre ha detto che la Cina ha guadagnato influenza a spese degli Stati Uniti e ha chiuso con una battuta: dopo quella frase segretaria generale non lo sarebbe diventata.

Intanto a gennaio Donald Trump ha invitato una sessantina di governi nel suo Board of Peace, nato da una risoluzione del Consiglio per sorvegliare la tregua a Gaza e poi allargato da uno statuto che mette Trump alla presidenza e gli affida qualsiasi conflitto, con un miliardo di dollari chiesto a chi vuole entrare, come ha scritto Domani.

Guterres ha ricordato che solo il Consiglio di sicurezza adotta decisioni vincolanti per tutti. Qui da noi Giorgia Meloni ha scelto la sedia di osservatore, chiamandola «una buona soluzione» al problema della compatibilità costituzionale, cioè all’articolo 11.

Il referto e la sala d’attesa

Il 16 settembre di un anno fa la Commissione d’inchiesta del Consiglio per i diritti umani ha concluso che Israele ha commesso genocidio a Gaza, quattro dei cinque atti previsti dalla Convenzione del 1948, e quel referto racconta bene cosa resta dell’Onu: la capacità di accertare, intatta, e nessun potere di fermare.

Eppure nell’analisi diffusa ieri da Nove Colonne la parola d’ordine è multipolarità, un meteo geopolitico senza responsabili, quando i responsabili hanno nome e indirizzo e sono i governi che finanziano l’Onu a singhiozzo, la scavalcano con i loro club e intanto ne scelgono il capo.

Gowan all’Associated Press ha parlato di un’Onu uscita dalla caduta libera e che è rimasta bloccata «in una crisi permanente». E la settimana di New York lo conferma. Xi Jinping diserta New York e domani secondo NPR è atteso alla Casa Bianca. Settecentoventicinque milioni di dollari servono a questo, a tenersi il voto in un’Assemblea che Washington ormai tratta come una sala d’attesa.