Ospedali, in vent’anni dimenticati 1,2 miliardi. La Corte dei Conti: conclusi solo 20 interventi su 258. Ritardi sconfortanti nelle opere di ammodernamento. Tra le criticità pure i ventilatori polmonari

Ospedale Umberto I Roma
Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram

Per troppo tempo la sanità in Italia è stata abbandonata e in diverse occasioni saccheggiata. Lo stato in cui è ridotto il sistema è stato evidente quando, esplosa la pandemia, è stato estremamente difficoltoso rispondere a una grande emergenza. Una vicenda che viene confermata dalla relazione appena inviata alle Camere, a Palazzo Chigi, e ai Ministeri dell’economia e della salute, oltre che all’Agenas, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, dalla Corte dei Conti, in cui viene evidenziato come, tra burocrazia e altri mali tutti italiani, anche quando ci sono le risorse per ammodernare gli ospedali non si riesce ad aprire i cantieri.

Analizzando cosa è stato fatto con le risorse stanziate a partire dal 1999 “per il perseguimento di standard di salute, di qualità e di efficienza dei servizi da erogare soprattutto nei centri urbani delle aree centro-meridionali dell’Italia”, pari a 1,2 miliardi, i magistrati hanno infatti appurato che degli originari 302 interventi, poi ridotti a 258 effettivi, ne sono stati conclusi soltanto 20, altri 23 sono in esecuzione, 10 in sospeso e 19 ancora devono iniziare. Un quadro sconfortante. Con problemi concentrati in particolare nelle Marche e in Piemonte, oltre che in Calabria, dove addirittura non è stato ancora avviato alcun progetto nonostante siano stati già stanziati alla Regione tutti i fondi previsti.

Nell’indagine la Corte dei Conti ha controllato lo stato dei lavori al Sant’Andrea e all’Umberto I, a Roma, all’ospedale del mare di Napoli, al San Salvatore dell’Aquila, all’Azienda ospedaliera Niguarda Ca’ Granda di Milano e al Nuovo ospedale di Mestre. Una piaga che ha influito anche nell’emergenza Covid. I magistrati, indagando sulla diffusione delle apparecchiature tecnologiche sanitarie e in particolare delle piattaforme di chirurgia robotica e dei ventilatori polmonari, hanno infatti scoperto “marcate differenze tra regioni del sud e quelle del centro-nord, con prevalente concentrazione di tali dotazioni strumentali in queste ultime”.

Apparecchiature che poi, iniziati i ricoveri per il Covid, non sono comunque bastate, come è stato evidente in Lombardia. Senza contare che è emerso come nelle aziende ospedaliere, nel momento in cui va in pensione un responsabile tecnico, si blocca tutto mancando un sostituto. La Corte dei Conti ha chiesto ora dei correttivi nell’arco di sei mesi e ha raccomandato al Ministero della salute, retto da Roberto Speranza, di non limitarsi a svolgere un ruolo di “mero finanziatore” delle Regioni e di sviluppare azioni di coordinamento, vigilanza e controllo, al fine di stimolare gli enti ritardatari a portare a termine il programma.

Secondo i magistrati è infine opportuno introdurre modifiche normative per l’implementazione delle competenze intestate all’Agenas sia in materia di supporto tecnico-contabile alle Regioni e agli enti in piano di rientro, al fine di contenere la spesa per forniture di servizi di advisory contabile da parte di soggetti privati, che in tema di riduzione delle liste di attesa e di coordinamento a livello nazionale per le valutazioni delle metodiche legate allo studio delle nuove tecnologie sanitarie da introdurre nel Paese.

Tra le criticità emerse c’è stata non a caso quella che alcune Regioni hanno affidato l’attività di supporto tecnico-contabile a consulenti “privati”, rischiando così, secondo la Corte dei Conti, di privilegiare soltanto il mero aspetto “contabile” a fronte di più complesse esigenze di natura “strategica” quali la riorganizzazione, la riqualificazione e il potenziamento del servizio sanitario regionale.