Partito da rigenerare, Zingaretti lancia la sfida al Pd. Il segretario convoca l’Assemblea: pronto alla guerra con l’ala renziana

NICOLA ZINGARETTI
Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram

Nicola Zingaretti, segretario nazionale del Partito democratico e governatore del Lazio, ha accusato il colpo. Gli attacchi concentrici che gli sono stati rivolti in questi ultimi giorni hanno lasciato il segno. Il politico romano era visibilmente stanco, demoralizzato, quasi privo di energia. L’altro ieri ha parlato apertamente di dimissioni, esausto per la trattativa sui sottosegretari e i viceministri. Fatto segno delle critiche da parte delle donne del suo partito per la mancanza di loro rappresentanti nell’esecutivo è poi caduto sulla buccia dell’appoggio dato alla conduttrice Barbara D’Urso.

Tuttavia, ieri ha dichiarato: “Il 13 e il 14 marzo abbiamo deciso di convocare l’assemblea nazionale per aprire una discussione sul futuro dell’Italia, il ruolo del Pd dopo la formazione del governo Draghi e quanto ci aspetta nei prossimi anni. È il tempo di una rigenerazione del Partito democratico”. Ed ancora: “14 dei 24 mesi di questa segreteria son trascorsi sotto la pandemia e malgrado questo il Pd è tornato protagonista e centrale malgrado, purtroppo, la sua esigua formazione parlamentare che ha pesato anche in queste ore di formazione del governo”.

LA STRATEGIA. Numeri, cifre per respingere al mittente le richieste di dimissioni con la proposta di convocare un’assemblea nazionale, massimo organo collegiale del Partito democratico e poi la parolina magica, “rigenerazione” che possiamo paragonare all’obamiano e poi veltroniano “Yes we can”. Un segnale chiaro che il segretario del Pd, al netto della stanchezza dei giorni scorsi, vuole restare e contribuire a quella “rigenerazione” del partito e che sa tanto di nuovo inizio, di tentativo di ripartire da una base culturale comune.

Un richiamo a sostenere il vessillo del partito e dell’Italia in questo difficile momento. Infatti se Zingaretti cedesse ad un pur comprensibile sconforto il danno sarebbe doppio: a livello di supporto al governo Draghi che ora ha bisogno dai partiti della più ampia base elettorale e poi a livello di partito perché i “focolai” del “renzismo” e delle sue varianti sono ancora ben radicati all’interno del Nazareno.

L’ANALISI. Matteo Renzi ha fatto cadere il governo Conte, ha perso potere, ma avrà sicuramente sottoscritto un patto con il premier che potrebbe riguardare il supporto per la nomina ad un prestigioso ente internazionale come ad esempio la guida della Nato, visto i suoi ottimi rapporti con i democratici Usa e la nuova vocazione atlantista del nuovo governo. Ma Renzi non molla mai la partita e il suo effetto destabilizzante si potrebbe esplicare ancora dentro il Pd e nel centro-sinistra con effetti prevedibili e assai nocivi per la tenuta interna dell’esecutivo.

Le unghie di Renzi sono state limate – e questo è evidente – ma il senatore toscano costituisce ancora un pericolo che potrebbe riemergere in caso di cambio del segretario. L’abdicazione di Zingaretti produrrebbe quindi molti problemi e l’inizio di una sorta di guerra civile all’interno del suo partito. Ricordiamoci che gli amici di Renzi nel Pd ci sono ancora e appena possono gli danno manforte. Probabilmente questi ragionamenti fatti ai piani alti del Nazareno hanno convinto ieri Zingaretti a rilanciare la spinta propulsiva con lo slogan di “rigenerazione”. Intanto ha preso tempo fino a marzo e poi si vedrà nell’assemblea nazionale cosa fare per il futuro. Tanto il suo quanto quello del partito.

L'editoriale
di Gaetano Pedullà

Bongiorno conflitti d’interesse

Fosse per certi leghisti dovrebbe dimettersi pure Papa Francesco. Quindi che c’è da meravigliarsi se ieri si sono svegliati con la pretesa di cacciare dal governo la sottosegretaria Macina, coriacea esponente dei 5 Stelle passata per le armi senza bisogno di processo per lesa maestà

Continua »
TV E MEDIA