Il 18 maggio 2026, due giorni dopo la kermesse di Comunità Democratica all’Antonianum di Roma, la segretaria del Pd Elly Schlein ribadisce che «la linea è una sola». Poche ore dopo Pina Picierno posta sui social: «Leggo con inquietudine la posizione della segretaria». La pluralità interpretata da Schlein, scrive, è solo «una forma più o meno vaga di sopportazione acustica». Il giorno dopo Il Tempo apre con un retroscena: la vicepresidente del Parlamento europeo starebbe valutando il passaggio al gruppo dei liberali di Renew Europe, per cercare la riconferma al vertice dell’Eurocamera senza dipendere dai voti del suo partito.
La grammatica del vittimismo
La formula è già coniata. Picierno la ripete dal 6 febbraio 2026, quando alla direzione del Pd parlò di un partito «che cambia natura». Da allora presidia un format costante: dichiarazioni di sofferenza a mezzo stampa, appello al pluralismo come categoria astratta. È l’unica del Pd, su 21 europarlamentari, ad aver fatto campagna pubblica per il Sì al referendum del 22 e 23 marzo 2026 sulla separazione delle carriere voluta dal governo Meloni-Nordio: la riforma è stata bocciata con il 54 per cento dei No e un’affluenza del 59. Il voto, per chi conta, lo hanno vinto Schlein e Conte.
Eppure il vocabolario della vittima resiste. Stefano Bonaccini, dopo la sconfitta alle primarie del 2023, ha scelto di entrare in maggioranza. Picierno ha scelto il dissenso permanente. La giornata del 18 maggio è l’ultimo episodio di una sequenza che dura dal voto di Strasburgo del 12 marzo 2025 sul piano ReArm Europe, quando dieci dei 21 dem votarono Sì contro l’indicazione di Schlein. Le regionali del 23 e 24 novembre 2025 hanno chiuso 3-3, ma politicamente hanno premiato il campo largo con vittorie nette di Roberto Fico in Campania, Antonio Decaro in Puglia, Eugenio Giani in Toscana. Il referendum di marzo è arrivato a confermare. La segreteria che doveva crollare a ogni passaggio è uscita rafforzata. Per Picierno il tempo si è fatto stretto.
Lo spartiacque: gennaio 2027
La verifica di metà mandato al Parlamento europeo, prevista per gennaio 2027, è il perno della vicenda. Picierno fu eletta vicepresidente il 16 luglio 2024 al primo turno con 405 voti su 665 validi: il margine sulla soglia minima di 333 era di 72 voti. La rotazione consuetudinaria fra alleati del gruppo S&D rimette tutto in discussione. Qui interviene il piano emerso sul Corriere della Sera del 18 marzo 2026 in un retroscena firmato Maria Teresa Meli: Schlein vorrebbe sostituire Picierno con il capodelegazione Nicola Zingaretti, sponsorizzato dal sindaco di Roma Roberto Gualtieri, mentre Irene Tinagli subentrerebbe alla guida della delegazione. Lettera43, Linkiesta, Libero hanno ripreso lo scoop, senza smentite.
La delegazione dem a Bruxelles è la prima del gruppo S&D con 20 deputati dopo l’addio di Elisabetta Gualmini, passata a Renew Europe con Azione il 16 febbraio 2026. Il capodelegazione, e quindi il regolatore della candidatura italiana in S&D, è Zingaretti. Un solo Paese non tiene due vicepresidenze dello stesso gruppo. A Picierno restano due strade. Accettare la rimozione e attendere il 2029, con il limite statutario dei tre mandati che pende sul suo nome al prossimo rinnovo delle liste, controllato da Schlein. Oppure cambiare gruppo. Carlo Calenda, intervistato dal Corriere il 9 febbraio 2026, l’aveva indicata nominativamente come reclutabile, insieme a Giorgio Gori e Simona Malpezzi. Calenda con Picierno ha presentato il proprio libro a Milano il 15 novembre 2025. Gualmini quel passaggio l’ha già fatto.
Per questo il post del 18 maggio non è uno sfogo: è una pietra angolare. La «sopportazione acustica» descrive l’ipotesi che si profila per Picierno se restasse. Il vittimismo serve a giustificare in anticipo l’uscita verso il gruppo dove la riconferma è possibile?