Come accade da qualche anno, la corruzione sta peggiorando a livello globale. E in questo scenario ribassista l’Italia, purtroppo, non fa eccezione come certificato dai dati dell’Indice di Percezione della Corruzione (CPI) di Transparency International, ritenuto il principale indicatore globale della corruzione nel settore pubblico, secondo cui nel 2025 il nostro Paese ha perso un punto.
Una contrazione che porta l’indice italiano a quota 53 punti, rispetto ai 54 punti del 2024. Malgrado l’arretramento di un punto, l’Italia resta inchiodata al 52° posto su 182 Paesi, con un risultato tutt’altro che lusinghiero.
Insomma dati alla mano la classifica non cambia, ma si conferma un preoccupante trend ribassista. Sempre secondo il rapporto, questo è il secondo anno di calo consecutivo dopo il 2024, quando si era interrotta una risalita iniziata nel 2012, l’anno delle grandi promesse sulla prevenzione e sulla trasparenza.
Cosa pesa davvero sul punteggio
Secondo Transparency International, il sistema italiano di prevenzione della corruzione sta pagando decisioni precise. Una su tutte la depenalizzazione dell’abuso d’ufficio, che ha fatto discutere in Italia e che ha scatenato un forte dibattito perfino a Bruxelles.
Cosa ancora peggiore, sempre stando al rapporto, è che nel 2025 l’Italia, insieme alla Germania, ha contrastato l’inserimento del reato nella Direttiva anticorruzione Ue.
Lobbying, conflitti, registri spariti
Ma non finisce qui. Manca ancora una legge organica sul lobbying in quanto il testo approvato alla Camera a gennaio è parziale e ora attende il sì del Senato. Per di più manca ancora una regolamentazione complessiva del conflitto di interessi, un tema atavico del nostro Paese ma che, a dispetto di quali siano le coalizioni di governo, non è mai stato realmente affrontato.
In ultimo c’è anche la ciliegina amara, ossia la sospensione del Registro dei titolari effettivi che costituisce un buco che pesa anche sul fronte dell’antiriciclaggio.
Il contesto globale non consola
Come spesso avviene davanti a dati tanto negativi ma generalizzati, la tentazione di dire “succede ovunque” è forte. Del resto gran parte delle democrazie storiche arrancano, con gli Stati Uniti che arrivano a 64 punti, la Francia a 66, il Regno Unito a 70. Persino “Paesi modello”, come Svezia e Nuova Zelanda, sembrano perdere smalto. Ma sapere che altri fanno peggio, non migliora affatto la pagella italiana che resta preoccupante.