«Archiviare finalmente la logica dei bonus», prometteva Giorgia Meloni alla Camera il 25 ottobre 2022, nel discorso della fiducia e ci aggiungeva pure il movente del disprezzo, perché quei bonus erano utili «spesso soprattutto alle campagne elettorali».
Quasi quattro anni dopo Pagella Politica ha fatto il conto che a Palazzo Chigi nessuno aveva voglia di fare: quasi 30 fra sconti, contributi e agevolazioni temporanee, in media uno nuovo ogni due mesi. La logica dei bonus insomma l’hanno archiviata come si archiviano le pratiche che servono di continuo, nel primo cassetto.
Bonus a pioggia: quasi 30 in 4 anni
Il programma di Fratelli d’Italia del 2022 era ancora più netto: “basta con la miope politica dei bonus”, da sostituire con misure “stabili e durature”. Poi è arrivato il governo, quello che doveva archiviarli.
Con il decreto Bollette di febbraio 2025 sono arrivati 200 euro sulle forniture elettriche delle famiglie con un Isee (l’indicatore della situazione economica) fino a 25 mila euro, un anno dopo un decreto con lo stesso nome ne ha dati 115 a chi aveva già il bonus sociale, e in mezzo c’è stato il “bonus Natale” fino a 100 euro, infilato nella tredicesima del 2024 e ottimo da raccontare sotto l’albero.
Il canone Rai è sceso a 70 euro solo per quell’anno ed è tornato a 90 subito dopo. Perfino la natalità, la bandiera identitaria dell’esecutivo, è finita dentro un bonus: 1.000 euro per ogni figlio nato o adottato nel 2025 o nel 2026, e poi si vedrà. Stabili e durature, appunto.
L’una tantum più longeva della Repubblica
Il governo, quando deve dare un nome ai suoi regali, ha un debole per i sinonimi: “carta”, “dote”, “contributo straordinario”, “incentivo”. Salvo tradirsi da solo quando presenta la dote famiglia sport come un “bonus per le attività sportive” dei figli, 300 euro al massimo per le famiglie con Isee entro 15 mila euro, come ha ricostruito Pagella Politica.
Il capolavoro però resta la carta Dedicata a te. È nata nel 2023 come contributo una tantum da 500 euro alle famiglie in difficoltà, poi è stata rinnovata ogni anno fino alla legge di Bilancio per il 2026 che l’ha rifinanziata con 500 milioni per il 2026 e altri 500 per il 2027. È l’una tantum più ricorrente della storia repubblicana, e la sua seconda rata cade, guarda caso, nell’anno in cui si vota.
Il bollo cancellato per l’anno delle urne
Mercoledì il Consiglio dei ministri numero 189 ha approvato il decreto che esenta dal bollo per il 2027 un solo veicolo a testa, un’auto a benzina o gasolio fino a 80 kW oppure una moto. Meloni l’ha presentato come la cancellazione di una delle tasse più odiate dagli italiani, secondo il resoconto di Quattroruote.
Il comunicato di Palazzo Chigi è più onesto della sua presidente, perché scrive che l’esenzione vale un anno e che l’abolizione a regime è affidata alla prossima legge di bilancio, cioè a una promessa, mentre nello stesso decreto il taglio delle accise sul gasolio, partito a marzo e costato già oltre 2 miliardi, scende a 12,2 centesimi fino al 25 settembre e a 6,1 fino al 5 ottobre, poi scade.
Ora si guardi il calendario. La legislatura scade il 13 ottobre 2027, e nel centrodestra c’è chi spinge per votare in primavera e chi vuole arrivare all’autunno, come ha raccontato Pagella Politica: in entrambi i casi l’unico anno in cui il bollo sparisce davvero con la firma sotto è quello delle urne. Coincidenze.
Se lo si volesse togliere per sempre e del tutto servirebbero circa 7,5 miliardi l’anno secondo la stima di Money.it, e le coperture sono rinviate anche loro alla manovra. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha detto di pensare che la misura, nata in emergenza, diventi strutturale.
Nel 2022 Meloni descriveva i bonus come regali utili soprattutto alle campagne elettorali, e a rileggerla oggi quella frase sembra un mansionario scritto con quattro anni di anticipo. Aveva ragione lei, solo che parlava di sé.