Ponte sullo Stretto, perché i fondi “intoccabili” di cui parla Salvini in realtà si possono utilizzare per altri interventi

La legge consente di rimodulare i fondi del Ponte sullo Stretto. Il governo l’ha già fatto. Dire che “non si toccano” è una scelta politica

Ponte sullo Stretto, perché i fondi “intoccabili” di cui parla Salvini in realtà si possono utilizzare per altri interventi

Matteo Salvini continua a ripetere che i fondi del Ponte sullo Stretto “non si toccano”, che spostarli sarebbe impossibile, che la legge lo vieta. È una frase semplice, ripetuta con sicurezza. Ma è vero?

Il finanziamento del Ponte poggia in larga parte sul Fondo sviluppo e coesione 2021-2027, lo strumento con cui lo Stato dovrebbe ridurre i divari territoriali. Un fondo pluriennale, programmabile, appositamente costruito per essere adattato alle priorità. La sua architettura prevede risorse che diventano rigide solo quando maturano obbligazioni giuridicamente vincolanti. Sul Ponte questo passaggio risulta ancora centrale nel racconto politico, molto meno nei fatti.

La flessibilità che lo Stato ha già usato

Negli ultimi anni lo Stato ha spostato fondi FSC più volte. Durante la pandemia per sostenere sanità e imprese. Nel 2022 e nel 2023 per compensare l’aumento dei costi delle materie prime. Dopo l’alluvione in Emilia-Romagna per finanziare interventi urgenti di messa in sicurezza. Nel 2025 la stessa Regione Siciliana ha rimodulato risorse di coesione per rispondere a eventi calamitosi. Tutto attraverso atti formali, delibere, variazioni di bilancio. Nessuna forzatura. Nessuna eccezione.

Anche il Ponte ha già beneficiato di questa elasticità. Nel 2023 un emendamento alla manovra ha ridotto il contributo diretto dello Stato, compensando con un prelievo di circa 1,6 miliardi dalle quote FSC di Sicilia e Calabria, oltre a risorse ministeriali destinate al Mezzogiorno. È il punto che smonta l’intera narrazione dell’intoccabilità: se i fondi territorializzati sono stati spostati per finanziare l’opera, la reversibilità esiste. Ed è stata esercitata.

La cornice giuridica resta quella ordinaria. Il FSC nasce nel decreto legislativo 88/2011, viene rifinanziato e rimodulato con le leggi di bilancio, entra nel ciclo attuale con gli stanziamenti impostati dalla legge 178/2020. Con il decreto-legge 124/2023 arrivano gli Accordi per la coesione, che legano risorse e cronoprogrammi, lasciando aperture esplicite alle variazioni quando emergono priorità sopravvenute o calamità. Il meccanismo passa dal CIPESS: lo stesso circuito che ha già deliberato rimodulazioni per adeguamenti e riallocazioni. 

I fondi tolti alla Sicilia e l’ordine delle priorità

C’è poi un passaggio che Salvini evita accuratamente. I fondi del Ponte, per oltre un miliardo, arrivano da risorse sottratte alla Sicilia. Erano destinate a interventi diffusi: manutenzione, messa in sicurezza idrogeologica, reti stradali e ferroviarie interne. Sono state concentrate su un’unica opera. Dire che “non si possono togliere soldi ai siciliani per aiutare i siciliani” significa cancellare questa cronologia.

Nel frattempo l’iter del Ponte continua a rallentare. Rilievi della Corte dei conti, atti aggiuntivi contestati, slittamenti continui. Nella manovra per il 2026 il governo ha rinviato centinaia di milioni agli anni successivi proprio per l’assenza di impegni perfezionati. Risorse iscritte a bilancio ma ancora nella fase della prenotazione.

Il quadro è semplice e chiaro. La normativa consente la rimodulazione. La prassi dello Stato la conferma. Il governo l’ha già praticata quando serviva al Ponte. L’impossibilità evocata dal ministro risulta priva di base normativa. Solo che questa volta a farne le spese sono i cittadini che continuano a essere in emergenza nonostante l’emergenza sia già scomparsa dalle prime pagine dei giornali. Sullo sfondo resta una scelta politica consapevole: difendere un simbolo, anche mentre il territorio chiede messa in sicurezza. Salvini parla di vincoli. I documenti raccontano un’altra storia.