Cento milioni di scontrini in più, cinque miliardi di euro emersi. In un mese solo: aprile 2026. È il primo bilancio dell’obbligo di collegare il Pos al registratore di cassa, scattato il 5 marzo 2026 in attuazione della Legge di Bilancio 2025 (commi 74-77, L. 207/2024). I numeri li ha resi pubblici il viceministro all’Economia Maurizio Leo durante un convegno della Fondazione Centro Studi Commercialisti. Cinque miliardi che si chiamano fatturato in chiaro solo da quando il fisco ha potuto vederli: bastava una procedura informatica gratuita sul portale Fatture e Corrispettivi dell’Agenzia delle Entrate per far emergere quasi un terzo di evaso in più rispetto allo stesso mese del 2025. Sull’intero primo quadrimestre il numero degli scontrini è cresciuto del 40 per cento.
Nessun miracolo, nessuna nuova tassa, nessun controllore in più sul territorio. Solo l’incrocio fra due banche dati già esistenti, costruito dalla società pubblica Sogei: la matricola del registratore telematico abbinata all’identificativo univoco del Pos. Da quel momento ogni pagamento elettronico chiede automaticamente uno scontrino. La sanzione, da 1.000 a 4.000 euro, fa il resto.
La fotografia smentisce in pubblico una tesi politica
La fotografia che ne esce è imbarazzante per la tesi sostenuta da Giorgia Meloni in diretta Facebook il 4 dicembre 2022: «Più fai salire il tetto al contante meno favorisce l’evasione». Da quella convinzione nacque la scelta di portare la soglia del contante a 5.000 euro e di tentare di limitare a 60 euro l’obbligo Pos per i commercianti. Tre anni e mezzo dopo, sono i dati del suo viceministro a inchiodarla: dove il fisco ha potuto incrociare un pagamento elettronico con uno scontrino, gli scontrini sono apparsi. Prima quei cinque miliardi erano semplicemente altrove.
Il quadro non è una sorpresa. La Relazione Mef sull’economia non osservata stima il tax gap italiano del 2021 fra 82,4 e 102,5 miliardi di euro, l’Irpef evasa dai lavoratori autonomi a 29,5 miliardi, l’Iva evasa scesa da 33 miliardi del 2017 a 14,6 del 2021 grazie soprattutto alla fatturazione elettronica obbligatoria. Insomma: quando il fisco vede, l’evasione cala.
Il concordato che doveva sostituire i controlli
Eppure la linea politica della maggioranza è andata nella direzione opposta. Il concordato preventivo biennale, presentato come l’arma di compliance per le partite Iva, nella prima edizione 2024-25 ha chiuso a 1,3 miliardi di gettito contro i 2 miliardi previsti dal governo, con 600.000 adesioni su 4,7 milioni di potenziali beneficiari. La seconda edizione, quella 2025-26, è andata peggio: appena 55.000 partite Iva, sotto il 10 per cento della platea, secondo i dati del Sole 24 Ore. Lo strumento amichevole, costruito sulla fiducia, ha mostrato il proprio limite. Chi evade non firma un patto che lo riporti dentro la linea legale. Quattro Pos collegati a un registratore telematico hanno fatto in un mese ciò che il concordato non ha fatto in due anni.
Resta una domanda politica che le cifre rendono inevitabile. Per anni le associazioni di categoria, e con loro una parte della maggioranza, hanno raccontato il piccolo esercente come una vittima della burocrazia digitale, costretta a inseguire scadenze tecniche prima ancora che clienti. I 3,87 milioni di Pos attivi nel 2025 secondo elaborazioni Confesercenti mostrano un Paese che paga elettronico ormai per abitudine. E i cento milioni di scontrini riapparsi in trenta giorni misurano lo spazio fra ciò che i commercianti incassavano e ciò che dichiaravano. Abbastanza da rendere ridicola la retorica del contante come scudo della libertà economica.
Il governo che ha alzato il tetto al contante adesso si applaude per i risultati di una misura che inchioda l’esatto opposto della sua linea. Un paradosso: il merito politico di Leo è aver mostrato che la sua premier, sul punto, aveva torto.