L’inflazione torna a mangiarsi gli aumenti salariali e la propaganda del governo si infrange ancora una volta contro i numeri. Dopo dieci trimestri consecutivi nei quali le retribuzioni erano cresciute più dei prezzi, nel secondo trimestre del 2026 la tendenza si è invertita: i salari contrattuali orari sono aumentati in media del 2,5 per cento, mentre l’inflazione ha raggiunto il 3 per cento. Il potere d’acquisto torna così a ridursi e a pagare il conto sono, ancora una volta, le famiglie.
Propaganda al capolinea sui salari. L’inflazione torna a mangiarsi gli aumenti
Secondo l’Istat, nel periodo considerato le retribuzioni sono cresciute del 2,3 per cento nel settore privato e del 2,7 per cento nella pubblica amministrazione. A giugno l’aumento è stato dello 0,5 per cento rispetto a maggio e del 2,4 per cento su base annua: +2,4 per cento nel privato e +2,3 per cento nella Pa. I rialzi più consistenti si registrano nell’igiene ambientale, con il 5,7 per cento, e nei comparti gas, acqua e chimica, tutti al 5,2 per cento. Ma anche questi incrementi restano schiacciati da prezzi che corrono più velocemente.
La narrazione sbatte contro i numeri
La narrazione di Giorgia Meloni su un Paese che avrebbe finalmente recuperato potere d’acquisto mostra così tutta la sua fragilità. Basta una nuova fiammata inflazionistica perché i salari tornino a perdere terreno. Altro che svolta: è la conferma di un’economia nella quale gli stipendi restano strutturalmente troppo bassi e ogni aumento arriva tardi, quando il costo della vita ha già eroso redditi e risparmi. Anche il quadro dei contratti collettivi è tutt’altro che rassicurante. Quelli in vigore per la parte economica sono 50 e coprono il 69,9 per cento dei dipendenti, circa 9,1 milioni di lavoratori. Nel settore privato la quota sale all’89,3 per cento, mentre nella pubblica amministrazione tutti i contratti risultano scaduti. I contratti in attesa di rinnovo sono 25 e coinvolgono 3,9 milioni di dipendenti. Il tempo medio di attesa per chi ha il contratto scaduto è di 17,9 mesi.
Le proteste dei consumatori e delle opposizioni
Massimiliano Dona, presidente dell’Unione nazionale consumatori, parla della fine di una “illusione ottica”. Il temporaneo vantaggio delle retribuzioni sull’inflazione, osserva, dipendeva soprattutto dal ritardo con cui venivano rinnovati contratti riferiti agli anni 2022-2024, quando l’aumento dei prezzi era stato molto più pesante. Ora si torna alla “dura realtà”: gli stipendi non sono mai stati davvero adeguati al costo della vita. Per Arturo Scotto, capogruppo del Pd in commissione Lavoro alla Camera, i dati certificano “il fallimento di Giorgia Meloni: i salari sono fermi come è ferma l’Italia”. Tino Magni, senatore di Avs, rilancia invece la proposta di agganciare automaticamente le retribuzioni all’inflazione e recuperare il fiscal drag, la tassa occulta che aumenta il prelievo quando i redditi nominali crescono senza un reale miglioramento del potere d’acquisto.
La zavorra del debito
I numeri dell’Istat arrivano dopo quelli dell’Ufficio parlamentare di bilancio, che aveva già fotografato un quadro impietoso: dal 1990 a oggi i salari reali dei dipendenti privati italiani sono diminuiti del 6,6 per cento. Oltre trent’anni di arretramento che rendono ancora più grottesco l’autocompiacimento del governo. E non è finita. Nell’ultimo focus sui rapporti annuali di avanzamento degli Stati membri, l’Upb prevede per il 2026 una crescita moderata: 1,4 per cento nell’Unione europea e 1,3 per cento nell’area euro, entrambe in rallentamento rispetto al 2025.
Pesano il deterioramento dell’economia, l’aumento delle spese militari, il nuovo shock energetico e gli eventi eccezionali. L’Italia riporta il deficit sotto il 3 per cento, ma il debito continua a salire e raggiunge il 138,6 per cento del Pil, uno dei livelli più elevati d’Europa. È qui che crolla definitivamente la favola meloniana: salari che perdono potere d’acquisto, crescita debole e debito in aumento. Il governo rivendica stabilità, ma consegna un Paese più povero, più indebitato e senza una politica capace di rimettere al centro il lavoro.