Putin impantanato e contestato. L’avanzata militare in Ucraina va a rilento e a Mosca corre la crisi. I mercati però scommettono sulla fine della guerra

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Da un lato l’avanzata al rallentatore sul campo di battaglia che sembra prefigurare un nuovo Vietnam, dall’altro le proteste interne che divampano – anche a dispetto dell’inevitabile repressione – e le poderose sanzioni dell’occidente che mirano a piegare l’economia del Cremlino. Insomma sembrano essere tempi duri per Vladimir Putin che, questo è il sospetto, potrebbe aver fatto il passo più lungo della gamba.

Vladimir Putin potrebbe aver fatto il passo più lungo della gamba

Insomma una sconfitta militare, politica ed economica, che i media mainstream ci raccontano ormai quotidianamente, con chi assicura che Putin cadrà, chi paventa un possibile colpo di Stato interno e, per non farsi mancare nulla, chi è pronto a giurare che da un momento all’altro ci sarà il default della Russia. Ma le cose stanno davvero così o ci stiamo auto convincendo delle nostre stesse teorie?

A ben vedere la situazione sembra ben diversa da come viene raccontata perché è vero che l’offensiva è in stallo, basta pensare al fatto che il famoso convoglio “a 30 chilometri da Kiev” è fermo lì da giorni, ma questo non significa che la situazione stia migliorando. Al contrario si può notare come più le truppe di terra sono in stallo, più aumenta l’intensità e la violenza dei bombardamenti.

Se prima gli attacchi si concentravano sulle postazioni militari, tanto che nei primi giorni il numero di civili deceduti era ridotto al minimo, ora i bombardamenti sono indiscriminati e le carneficine dei residenti ucraini sono all’ordine del giorno. Per non parlare della strategia militare che doveva consistere nel cosiddetto blitzkrieg, ossia la guerra lampo, e invece si sta trasformando in un pantano da cui difficilmente, salvo colpi di scena, se ne uscirà in tempi brevi.

Insomma Putin, inutile girarci intorno, è una bestia ferita e per questo è ancor più pericolosa di prima. Ma se la marcia trionfale delle forze armate russe immaginata dal Cremlino non c’è stata, a preoccupare lo zar – e non poco – è soprattutto il fronte interno. Per un autocrate come lo zar, per giunta formatosi nelle fila del Kgb, deve essere stato uno shock scoprire che la popolazione non è tutta con lui e che, pur essendo ben conscia del rischio di finire in manette, è scesa in piazza per gridarlo ai quattro venti.

Non si parla di uno sparuto gruppo di contestatori ma di migliaia di persone tanto che, dall’inizio del conflitto, le persone finite in manette per aver contestato in maniera pacifica sono già sedicimila. Certo qualcuno potrebbe sostenere che si parla di una minoranza – cosa molto probabilmente vera – ma è indicativa di un malcontento che resiste anche davanti alla repressione e alla censura di un regime autoritario.

Peggio ancora sembra andare all’economia come dimostrano le lunghe file ai bancomat, il crollo verticale del rublo – su cui ha ironizzato perfino il presidente americano Joe Biden dicendo che vale meno di un penny – e la fuga di (quasi) tutte le aziende occidentali. Per non parlare dell’estromissione dal sistema Swift di molte banche russe, definito da fior fior di opinionisti come l’equivalente del bottone rosso di un’arma nucleare, che avrebbe dovuto far collassare l’intera economia di Mosca ma che, per il momento, sembra non aver prodotto quel terremoto che ci è stato raccontato. Insomma un disastro senza via d’uscita.

Eppure il default che viene dato come imminente, tanto dalle agenzie di rating quanto dagli opinionisti, non c’è ancora stato e viene rimandato di giorno in giorno. Un posticipare continuo per il quale è ormai lecito chiedersi se accadrà davvero o se stiamo provando ad auto convincerci che le cose andranno come speriamo. A ben vedere, infatti, questa narrazione dell’inevitabile bancarotta russa sembra vacillare pesantemente perché non trova riscontro nella reazione dei mercati che, dopo giorni di tensioni e ribassi shock, sono tutti tornati in positivo.

Tanto gli indici europei quanto le quotazioni di aziende e banche, tra cui Unicredit che nei giorni scorsi ha pagato più di tutte la crisi in Ucraina mentre ieri ha segnato +11,68%, sono schizzate verso l’alto. Un comportamento che significa semplicemente che gli investitori in queste ore stanno scommettendo sia sulla fine della guerra in tempi brevi che sulla tenuta dei conti pubblici della Russia. Con buona pace di chi non vede l’ora di vedere la Russia a gambe all’aria