Putin riconosce il Donbass. Mosca pronta all’annessione. Lo zar parla alla nazione: siluri a Europa e Stati Uniti. Kiev chiama Macron e Scholz, ignorato Draghi

Ucraina Putin
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Dall’ottimismo della mattina quando sembrava possibile un incontro tra Vladimir Putin e Joe Biden, al dramma della sera quando lo zar ha lanciato il suo guanto di sfida a Kiev e all’intero occidente. Sono bastate poche ore per far precipitare – in modo forse irrimediabile – la crisi in Ucraina, con il leader del Cremlino che, in mondo visione, ha affermato che “l’Ucraina non è un Paese confinante, è parte integrante della nostra storia, cultura e spazio spirituale. È stata creata da Lenin” con quello che, per Putin, è stato un errore che ha “umiliato la Russia”.

Un discorso – a tratti surreale – in cui sono stati numerosi i richiami storici fatti a uso e consumo di una politica aggressiva che, evidentemente, il presidente russo ha in mente da tempo. Parole che, in alcuni frangenti, sembrano indicare intenzioni che potrebbero andare perfino oltre i confini delle regioni separatiste del Donbass visto che Putin ha spiegato che “l’Ucraina ha già perso la sua sovranità”, definendola serva dei “padroni occidentali” con l’ambasciata statunitense che sarebbe in grado di “controllare direttamente alcuni giudici”.

Ma c’è di più. A preoccupare la Russia c’è “l’adesione dell’Ucraina alla Nato” che “porrebbe una minaccia diretta per la sicurezza della Russia” visto che “le armi occidentali sono arrivate con un flusso continuo” e “ci sono frequenti esercitazioni militari nell’ovest dell’Ucraina, con l’obiettivo di colpire la Russia”.

Quel che è certo è che lo zar ha rifilato un sonoro ceffone all’Unione europea che, a differenza degli Stati Uniti, si è spesa anima e corpo nel tentativo di instaurare un dialogo al fine di scongiurare un conflitto che, ora dopo ora, è sembrato – e sembra – sempre più vicino. Che le cose stiano così lo si capisce dal fatto che Putin, prima ancora di fare il suo discorso in mondo visione, ha alzato la cornetta per anticipare la sua decisione sul Donbass a Olaf Scholz e Emmanuel Macron.

Nessuna chiamata al premier Mario Draghi che sin dall’inizio della crisi è rimasto in disparte, come prova il fatto che il suo viaggio in Russia non c’è mai stato, tanto meno ai vertici dell’Unione europea. Un comportamento, quello di Putin, che dimostra come l’Ue non è ancora un attore rilevante della politica internazionale e per questo può essere marginalizzata. Una debolezza che è emersa con forza soprattutto dopo il discorso dello zar di Russia che riconoscendo le regioni separatiste del Donbass, stando a quanto detto nei giorni scorsi da Bruxelles, avrebbe dovuto scatenare l’immediata reazione dell’Ue con l’annuncio di sanzioni pressoché automatiche.

“In caso di riconoscimento proporrò il pacchetto di sanzioni che è pronto. La questione è assodata e finora l’accordo c’è stato” ha spiegato nel pomeriggio l’Alto Rappresentante Ue per la Politica estera, Josep Borrell. Ma la realtà è che le misure sono tutt’altro che automatiche e scontate. Per attivarle, infatti, bisogna seguire una procedura che prevede l’unanimità dei Paesi membri.

Ma Stati come Francia, Germania e Italia hanno sempre professato prudenza viste le possibile ritorsioni economiche per l’Europa che, come noto, è già provata dal caro bollette e dal costo del gas alle stelle. Per questo la discussione nell’Unione europea non potrà che richiedere una trattativa che vedrà delinearsi due schieramenti, quello dei Paesi baltici che chiedono di agire subito e quello dell’Europa centro-meridionale che chiede una forma di proporzionalità delle misure.

Eppure in mattinata le cose sembravano andare per il verso giusto tanto che, malgrado le inevitabili tensioni che sono proseguite come sempre nel Donbass, dalla Francia e dalle diplomazie occidentali si gioiva per quello che veniva definito “un imminente incontro tra Biden e Putin”. Ma poche ore dopo, tutto cambia di colpo. Da Mosca fanno sapere che “l’incontro è prematuro” e come se non bastasse viene raccontato che cinque sabotatori di Kiev sono stati ‘neutralizzati’.

Ma c’è di più. Il Cremlino, nella prima mossa che ha fatto capire come la situaizone era in rapida evoluzione, ha dichiarato una no-fly zone sul Mar d’Azov ovvero una sezione settentrionale del Mar Nero. Poco dopo la crisi si aggrava ulteriormente quando dalla Russia fanno sapere che colpi di artiglieria di Kiev avrebbero centrato un posto di controllo di frontiera, in territorio russo, e altri avrebbero raggiunto alcune postazioni dei ribelli nel Donbass scatenando l’ira di Putin.