Referendum, dalla demolizione del Csm all’Alta Corte: dieci buone ragioni per votare No

Referendum sulla giustizia, il decalogo che smonta le tesi di chi vuole addomesticare i magistrati: dieci ragioni per votare No.

Referendum, dalla demolizione del Csm all’Alta Corte: dieci buone ragioni per votare No

La posta in gioco è l’assetto istituzionale e l’equilibrio tra i poteri dello Stato che la riforma Nordio altera drasticamente. Entrando nel merito, ecco dieci ragioni per votare No al referendum di domani e lunedì.

1) Addio alla cultura della giurisdizione

Separando le carriere, il Pubblico ministero perderà la capacità di valutare le prove con la stessa imparzialità di un giudice. Oggi infatti il Pm ha il dovere di cercare anche prove a favore dell’imputato; se passasse la riforma, diventerà un “avvocato accusatore”, interessato solo a vincere la causa. Oggi, in base agli art. 104 e 108 della Costituzione, tutti i magistrati appartengono a un unico ordine e condividono la stessa formazione e cultura: la “cultura della giurisdizione”, intesa come imparziale applicazione della legge e garanzia dei diritti. Questa corre il serio rischio di essere sostituita dalla “cultura dell’affidamento all’accusa”, ovvero la perdita della funzione di ricerca della verità, a favore della tesi accusatoria. Se il PM non è più un magistrato che condivide la stessa cultura del giudice, trasformato in un accusatore separato, lontano dall’idea di imparzialità, diventerà un corpo autoreferenziale, vincolato solo al “risultato” della condanna.

2) Sorteggio e correntismo

La riforma del Consiglio superiore della magistratura propone lo strumento del sorteggio per scegliere i membri del Csm al fine di eliminare, sostiene il Governo, il potere delle “correnti”. Tuttavia il sorteggio non garantisce la competenza degli eletti né, soprattutto, elimina la politica, ma la rende solo più opaca, privando i magistrati-elettori della possibilità di scegliere i profili più preparati al compito cui i componenti del Csm sono preposti. Inoltre il sorteggio puro è previsto solo per i magistrati, mentre i membri “laici” sarebbero estratti in base a una lista di nomi pre-compilata dal Parlamento, in maniera proporzionale al numero dei parlamentari di ogni singolo gruppo. Tanto che secondo il procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, “quello che ci propongono è una truffa, non un sorteggio”. “I componenti del Csm dei giudici e dei Pm saranno sorteggiati tra tutti quelli d’Italia. Ma la cosa anomala sta nel fatto che i dieci posti in sorteggio dal Parlamento faranno parte di un elenco di indicazioni che arriveranno dalla politica. Insomma, nell’urna metteranno nomi da loro indicati. Chi esce risponderà sempre alle logiche della politica”.

3) Svuotamento del Csm

Sdoppiare il Consiglio Superiore della Magistratura significa indebolire l’organo che garantisce l’autogoverno. La riforma ridurrebbe il peso della magistratura nella gestione delle carriere a favore di un sistema più rigido e potenzialmente più permeabile a logiche di spartizione partitica. Inoltre, se l’art. 104 della costituzione sancisce l’autonomia e l’indipendenza della Magistratura, l’art. 105 l’assicura, definendo i poteri di nomina, promozione, trasferimenti e disciplina (i veri puntelli dell’autonomia dei magistrati dalle ingerenze politiche). “Nella riforma Nordio-Meloni”, ha spiegato il presidente del Comitato Società Civile per il No, Giovanni Bachelet, “il 105 viene completamente devastato, nessuno dei tre nuovi organismi – i due Csm e l’Alta Corte – ha contemporaneamente quei quattro poteri, ed è in questo modo che si riduce l’autonomia e l’indipendenza della magistratura”.

4) Rischio pm sotto l’esecutivo

Lo sdoppiamento del Csm e l’introduzione del sorteggio per i suoi membri mirano a indebolire l’autogoverno della magistratura, rendendo l’intero sistema più permeabile alla politica, portando una modifica oggettiva agli equilibri tra poteri. Se il Pm non appartiene più allo stesso ordine del giudice, la sua figura si indebolisce. In quasi tutti i Paesi dove le carriere sono separate, il pubblico ministero dipende dal Governo. Ciò comporta che sarebbe la politica a decidere quali reati perseguire con priorità e quali ignorare. Una pressione alla quale i magistrati inquirenti non potrebbero più opporsi. Oggi, appartenendo a un unico corpo, giudici e Pm sono tutelati dallo “scudo” di un Csm unitario.

Separandoli in due organi distinti (con un Csm giudicante e un Csm requirente), quello scudo verrebbe meno. Si tratta del cosiddetto fenomeno dell’isolamento istituzionale. Bisogna poi considerare la funzione “esecutiva” dell’accusa: secondo molti giuristi la funzione del Pm (coordinamento della polizia, esecuzione delle pene ecc…) ha una natura assai vicina a quella esecutiva. Una volta reciso il cordone con la magistratura giudicante, l’effetto naturale potrebbe essere un graduale scivolamento verso il controllo del Governo. Infine, è un dato di fatto che nei Paesi illiberali, come l’Ungheria, per esempio, l’indebolimento dell’indipendenza della magistratura è iniziato proprio con la separazione dei ruoli o degli organi di governo.

5) L’Alta Corte come mezzo di controllo

La creazione di un tribunale speciale per i magistrati (l’Alta Corte) è una minaccia alla loro serenità. In nuovo organo sarà composto da 9 membri togati e 6 laici (con un rapporto di laici scelti dalla politica maggiore rispetto all’attuale Csm, dove sono 1 a 3). Se un magistrato sa di poter essere giudicato da un organo potenzialmente influenzato dalla politica, potrebbe evitare di firmare inchieste scomode che toccano i centri di potere politici. Inoltre, la riforma prevede che l’Alta Corte giudichi sia in primo grado che in appello, semplicemente cambiando i componenti del collegio. Un meccanismo non garantisce una vera terzietà del giudice, poiché il giudizio di secondo grado avviene sempre all’interno dello stesso organismo, a differenza di quanto accade oggi dove l’appello è affidato alle Sezioni unite di Cassazione.

6) Sanzioni ai magistrati

Secondo le statistiche europee, il Csm italiano è quello che sanziona con maggior frequenza di magistrati, con una media dello 0,5% delle toghe sanzionate ogni anno. Le sanzioni includono censure, perdite di anzianità, sospensioni dal servizio e rimozioni. Nel 2024, il 41% dei 74 procedimenti disciplinari contro i magistrati si è concluso con una condanna, mentre 41 casi sono stati archiviati, dei quali 15 per condotta irrilevante e 26 per esclusione dell’addebito. Come insegna il caso Palamara, in Italia la vera impunità riguarda i politici (che godono dell’immunità parlamentare), non i magistrati.

7) Non migliora l’efficienza

La riforma Nordio cambia l’organigramma della magistratura, ma non mette mano minimamente al Codice di procedura penale o civile. Né stanzia nuovi fondi per assunzioni, digitalizzazione o riduzione del carico di fascicoli. Storicamente, il buco di organico per i magistrati si aggira intorno al 13-15% della pianta organica complessiva (circa 1.500 posti su poco meno di 11.000 previsti). Ancora più grave la situazione del personale non togato, definita dai sindacati “al collasso” in molte sedi: qui i vuoti organici oscillano tra il 20% e il 26% a livello nazionale, con punte estreme in sedi critiche come Milano, dove la carenza di cancellieri raggiunge punte del 35%, causando il blocco di migliaia di fascicoli già pronti. La riforma, inoltre, non accorcia neanche i tempi dei processi di un solo giorno, come riconosciuto dallo stesso Guardasigilli. Inoltre la riforma non ha alcun legame con gli asseriti “errori giudiziari” (Beniamino Zuncheddu, Famiglia del bosco, Garlasco, ecc…) utilizzati strumentalmente dal Sì durante la campagna referendaria.

8) Disuguaglianza tra accusa e difesa

Anche se la riforma parla di “parità delle armi”, un Pm isolato e più potente (perché più vicino alle forze di polizia) finirebbe per schiacciare il cittadino, rendendo la difesa ancora più difficile in un sistema che diventa puramente punitivo. Non a caso sono numerosissimi gli avvocati penalisti che si sono schierati per il No.

9) Obbligatorietà dell’azione penale a rischio

Se il Pm cambia status, il principio secondo cui “tutti i reati devono essere perseguiti” potrebbe cadere. Si teme il passaggio a una “discrezionalità” dell’azione penale, dove la politica decide, tramite direttive, su cosa indagare (es. dare priorità ai furti e ignorare i reati dei colletti bianchi o fiscali). Il vicepremier Antonio Tajani ha già detto che in caso di vittoria del Sì, ai Pubblici ministeri verrà tolta la direzione del polizia giudiziaria, che sarà sottoposta al ministero degli Interni.

10) Costi e caos organizzativo

Riformare l’intera architettura giudiziaria richiederebbe anni di decreti attuativi e una spesa ingente per creare nuovi uffici, tribunali disciplinari e organi di gestione. Il rischio è una paralisi amministrativa della giustizia durante la fase di transizione. Oggi le spese di gestione del Csm ammontano a 47 milioni l’anno. Cifra che dovrà necessariamente essere moltiplicata per tre (due Csm + l’Alta Corte), circa 150 milioni l’anno di spese, quindi. “Dove si prenderanno i soldi? – si è chiesto Gratteri – Non vorrei che non si assumessero più cancellieri o si tagliassero i fondi per le intercettazioni. Non vorrei che si togliessero dagli straordinari, ricordando che gli stipendi dei dipendenti del Ministero della giustizia sono i più bassi in assoluto, anche rispetto a quelli dei Comuni”.