Non un confronto, neanche stavolta. Giorgia Meloni per chiudere la campagna elettorale e spingere il Sì al referendum sulla giustizia sceglie un salotto televisivo. Il più comodo probabilmente, con i Cinque minuti di Bruno Vespa: un format (e un conduttore) ideale per evitare un vero contraddittorio. Confermando che la presidente del Consiglio è scesa sì in campo per il referendum, ma senza un vero confronto nel merito. O con interviste abbastanza accomodanti o con video sui propri canali social.
E infatti proprio da Vespa Meloni stravolge il senso della riforma della giustizia, contraddicendo anche ciò che è stato detto all’interno della sua maggioranza. La presidente del Consiglio ribalta la narrazione della riforma: se, finora, tutti gli oppositori hanno accusato il governo di voler mettere la giustizia a guinzaglio della politica, ora Meloni sostiene l’esatto opposto. Tanto da sostenere che “oggi la magistratura è subordinata alla politica” tra partiti e correnti. All’opposto, con la riforma “togliamo il controllo della politica”, afferma Meloni. Una riforma, quindi, “per liberare la magistratura dalla politica”.
Ma non è finita qui, perché Meloni smentisce anche chi – come Giulia Bongiorno – ha detto che questa riforma non serve a migliorare la giustizia e a renderla più efficiente. Ora per la presidente del Consiglio è l’esatto contrario: “Penso che nessuna riforma come questa possa migliorare l’efficienza della giustizia in Italia”. Meloni smentisce anche il suo vice, Matteo Salvini, che negli scorsi giorni aveva sostenuto che la riforma non ha nulla a che vedere con i casi di Garlasco o della famiglia nel bosco. Invece per la presidente del Consiglio c’entra con entrambi, come affermato in un salotto forse meno comodo, quello del TgLa7: “Questa è una riforma sulla responsabilità e la meritocrazia nella giustizia”, afferma spiegando che sulla famiglia nel bosco c’è “un approccio ideologico” e un problema di “negligenza”.
Meloni poi contraddice anche il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, che in giornata aveva assicurato che in caso di vittoria del Sì convocherebbe subito un “tavolo di confronto” per decidere insieme le norme attuative della riforma. Eppure il confronto non sembra proprio il pezzo forte di questa maggioranza, tanto che Meloni spiega come in Parlamento ci sia stata una chiusura alle opposizioni perché hanno presentato “emendamenti che avevano l’obiettivo di stravolgere la riforma” e per questo ritiene che fosse “giusto” bocciarli. Infine, Meloni ammette che in campagna elettorale, da parte della maggioranza, ci siano “stati dei falli di reazione”, anche se scarica la colpa sulle opposizioni.
Referendum sulla giustizia, rush finale prima del voto: l’altro fronte
Per chiudere la campagna elettorale c’è chi ha invece scelto altre modalità. Come il leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, che dal palco dell’evento in sostegno del No a Roma ha rivendicato “il fondamento del nostro Stato democratico e di diritto, per metterlo al riparo da chi lo sta mettendo in pericolo”. “Rischiamo di cadere molto in basso – aggiunge – non possiamo permettere che questa classe politica metta le mani a una Costituzione fatta dai nostri Padri costituenti. Non possiamo passare da Calamadrei a un ministro di Giustizia indagato per il caso Almasri”.
Altro approccio per Angelo Bonelli, deputato di Avs e co-portavoce di Europa Verde, che nella giornata di ieri ha “volantinato” nei quartieri di Roma con decine militanti, distribuendo “oltre 20.000 volantini”, parlando “con tante persone” con l’obiettivo di “difendere la nostra Costituzione, perché c’è un governo che ha ridotto l’uso delle intercettazioni, ha eliminato il reato di abuso d’ufficio e ora vuole limitare l’autonomia dei magistrati. I nostri nemici sono la corruzione e la criminalità organizzata, non i giudici”. Elly Schlein, segretaria del Pd, si schiera in difesa della Costituzione e sceglie invece la chiusura al TgLa7 (anche lei come Meloni) accusando la presidente del Consiglio e la maggioranza di aver “strumentalizzato ogni fatto di attualità per attaccare la magistratura”, come avvenuto anche con il caso di Rogoredo.