Novantasei per cento. È la quota di segnalazioni disciplinari contro i magistrati che viene archiviata prima ancora di arrivare all’esame del Consiglio Superiore della Magistratura. A farlo è la Procura Generale della Cassazione, organo titolare dell’azione disciplinare, cui si affianca come filtro secondario il Ministero della Giustizia. Quest’ultimo è guidato da Carlo Nordio, il medesimo ministro che per mesi ha costruito la campagna referendaria sull’argomento che il Csm non sanziona nessuno.
Un governo che accusa un organo di inerzia omettendo che quella stessa inerzia viene prodotta, per la quasi totalità, da filtri che non dipendono dal Csm. Perché la campagna per il Sì al referendum di domani e lunedì ha accumulato un bestiario di falsità verificabili, di grafiche discutibili e di auto-contraddizioni documentate che difficilmente trova equivalenti nella storia recente delle campagne elettorali italiane. Non per la normale torsione della propaganda, presente in qualunque democrazia; per qualcosa di strutturalmente diverso: le smentite più feroci arrivavano, quasi sempre, dalle stesse voci del Sì.
«Chi dice che velocizza i processi, mente»
In un convegno alla Camera, nel marzo 2025, Carlo Nordio aveva dichiarato: «Non abbiamo mai detto che la separazione delle carriere rende i processi più veloci. Non influisce sull’efficienza». Alla kermesse di Fratelli d’Italia ad Atreju, nel dicembre 2025, come ricostruito da Pagella Politica, aveva accusato di «benaltrismo» chi sostiene che la riforma «non accelererà i processi». «Nessuno ha mai detto che questa riforma serva ad accelerare i processi, noi ne stiamo facendo altre», aveva dichiarato. Nel libro In attesa di giustizia del 2010 lo aveva già scritto: la separazione è un «problema secondario» che «non ha nulla, ma proprio nulla a che vedere con il funzionamento celere della macchina giudiziaria».
Il 4 marzo 2026, a Potenza, Nordio ha detto all’Ansa: «Con la riforma i processi saranno velocizzati». Lo stesso Nordio che tre mesi prima aveva definito insostenibile quella tesi. La contraddizione è documentabile giorno per giorno: la stessa persona che dice «nessuno ha mai detto che questa riforma serva ad accelerare i processi» a dicembre 2025 e «i processi saranno velocizzati» a marzo 2026. Nel frattempo le card social di Fratelli d’Italia scandivano: «Vota Sì per una giustizia più efficace, veloce, giusta». E, il 30 ottobre 2025, Giorgia Meloni aveva dichiarato che la riforma è un passo verso un sistema «più efficiente, equilibrato e vicino ai cittadini».
Il motivo per cui questa promessa non ha base è scritto nel testo della legge: la riforma modifica l’architettura degli organi di autogoverno, non un articolo del codice di procedura penale, non le piante organiche, non le risorse. I ritardi della giustizia italiana dipendono da carenza cronica di personale e da arretrati decennali. Nessuna di queste cause viene sfiorata dallo sdoppiamento del Csm. Al contrario, la creazione di tre nuovi organi in luogo dell’attuale Csm unico comporterà strutture e costi aggiuntivi: l’efficienza decantata si chiama, nei fatti, moltiplicazione delle poltrone.
Il fascismo che non c’era e la Russia che è stata espunta
Sei giorni prima del voto, il 16 marzo 2026, Antonio Tajani ha pubblicato un video costruito su due proposizioni presentate come ovvie: «L’Italia finora è stata un’eccezione fra le democrazie. Un sistema come il nostro esiste solo in Russia, in Cina, in altre dittature»; e «del resto, in Italia questo sistema venne introdotto da Mussolini e dal fascismo». Ma le cose stanno davvero così? Entrambe le affermazioni sono verificabili consultando testi normativi pubblici.
L’unità dell’ordine della magistratura italiana risale al Regio Decreto n. 2626 del 6 dicembre 1865, prodotto nell’Italia post unitaria da un governo liberale, oltre mezzo secolo prima dell’ascesa del regime. Il confronto testuale è definitivo: gli articoli 4 e 69 del Regio decreto n. 12 del 30 gennaio 1941, la riforma Grandi, rispecchiano gli articoli 6 e 129 del decreto liberale del 1865. Il fascismo non introdusse nulla; confermò ciò che era già nell’ordinamento, inserendolo in un sistema di subordinazione totale della magistratura all’esecutivo. L’ex ministro della Giustizia Andrea Orlando (Pd), nei giorni precedenti il voto, sentenzia: «È una bugia, andatelo a verificare».
Sulla tesi delle dittature, Il Giornale, favorevole al Sì, il 9marzo 2026 ha dovuto ammettere che dalla tabella virale pro-Sì «solo per scrupolo dall’elenco dei paesi a “carriera unica” è stata espunta la Russia, dove giudici e pubblici ministeri fanno carriere distinte ma sono tutti di nomina governativa». La Russia, caso principale citato da Tajani, non ha il sistema italiano. E poi c’è la Francia, classificata tra i paesi virtuosi nonostante giudici e Pm entrino con lo stesso concorso e possano cambiare funzione. I dati Cepej 2022 del Consiglio d’Europa mostrano che su 49 paesi europei, 19 mantengono il Pm nel potere giudiziario come l’Italia. Il paradosso storiografico, messo a fuoco da Fanpage.it l’11 marzo 2026: usare la retorica antifascista contro l’assetto della Costituzione nata dalla Resistenza significa accusare di nostalgia fascista chi difende la Costituzione antifascista.
Il 1994 e la firma dimenticata
L’accusa di magistratura impunita si scontra con i dati ufficiali della sezione disciplinare del Csm: nel triennio febbraio 2023-dicembre 2025 sono state pronunciate 199 sentenze con 82 condanne, incluse 8 rimozioni definitive dall’ordine giudiziario. E torniamo al dato da cui siamo partiti: il 96 per cento delle segnalazioni viene archiviato dalla Procura Generale della Cassazione prima di arrivare al Csm, mentre il Ministero è il filtro secondario. Sul tema della presunta osmosi tra giudici e Pm, negli ultimi cinque anni meno dell’1 per cento dei magistrati ha cambiato funzione: la sproporzione non trova giustificazione nel merito, ma nella biografia del promotore.
Il 3 maggio 1994, da pubblico ministero alla Procura di Venezia, Carlo Nordio firmò una lettera inviata via fax all’Associazione Nazionale Magistrati dichiarando di aderire al comunicato dell’Anm «in quanto contrari alla divisione delle carriere». Il documento è pubblicato dalla rivista La Magistratura nel luglio 2025. L’appello firmato anche da Nordio sosteneva che nella storia dell’Italia repubblicana «l’indipendenza del Pm rispetto all’esecutivo e l’unicità della magistratura abbiano rappresentato in concreto una garanzia per l’affermazione della legalità e la tutela del principio di eguaglianza dinanzi alla legge». Sono le stesse argomentazioni che oggi l’Anm porta contro la sua riforma. Il ministro ha risposto di aver cambiato idea nel 1995.
Bartolozzi e la tabella con l’Egitto due volte
La tabella a due colonne, «Paesi con separazione» vs «Paesi senza», rilanciata anche da autorevoli esponenti di centrodestra, conteneva il nome «Egitto» scritto due volte, voci incomplete, nessuna fonte, e classificava la Francia tra i paesi virtuosi nonostante il corpo giudiziario unitario. La Russia era stata espunta dopo verifica. La comunicazione aveva trovato il proprio punto di arrivo nel ridicolo.
L’uscita più istruttiva è arrivata il 7 marzo 2026. Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del ministero della Giustizia, magistrata in aspettativa, indagata dalla Procura di Roma nell’ambito del caso Almasri per false comunicazioni ai pubblici ministeri, in un dibattito sull’emittente siciliana Telecolor ha detto: «Votate sì e ci togliamo di mezzo la magistratura, che sono plotoni di esecuzione». Mentre Nordio rassicurava che la riforma «non indebolisce in alcun modo la magistratura né intende attaccare i magistrati, bensì punta a restituire loro prestigio e autorevolezza». Le due affermazioni sono incompatibili tra loro. Dal canto sua, la deputata leghista Simonetta Matone, ex magistrata, aveva già definito le uscite di Nordio «dichiarazioni folli», aggiungendo però la precisazione che vale come confessione: «Tutti noi pensiamo le cose che lui ha detto, ma sono cose che non si possono dire pubblicamente».
96 per cento, il numero da cui siamo partiti. Le segnalazioni disciplinari archiviate dalla Procura Generale della Cassazione prima di arrivare al Csm di cui il ministro lamenta il lassismo. Una campagna costruita sull’invenzione di un problema che il governo stesso produce in larga parte; comunicata con tabelle che contengono l’Egitto due volte, con la Russia silenziata dopo verifica e con una frase sui plotoni di esecuzione che ha detto, in tredici secondi, tutto ciò che tredici minuti di video presidenziale si sforzavano di nascondere. Da un certo punto in poi, il miglior testimone contro la riforma era il governo stesso, senza che nessuno glielo chiedesse.