Eccola qui, la remigrazione. Venticinquemila persone deportate in Paesi che non sono i loro: è il conto che il Guardian ha pubblicato oggi con altre 23 testate nel Deportation Project, l’inchiesta coordinata da Forbidden Stories, e dentro ci sono circa 20.000 migranti caricati sui bus per il Messico e oltre 5.000 imbarcati verso Africa, America latina, Caraibi e Asia centrale, spesso rispediti poi proprio lì dove un giudice aveva stabilito che rischiavano la vita o la libertà. L’ufficio del Dipartimento di Stato che tratta con i governi stranieri ha un nome che qui da noi suona familiare. Si chiama Office of Remigration.
Remigrazione, numeri e propaganda
Chi vuole toccare con mano la remigrazione che Roberto Vannacci ha messo al centro di Futuro Nazionale può risparmiarsi i convegni e guardare l’Ice, l’agenzia federale per l’immigrazione e le dogane. Vannacci vuole portare gli stranieri al 4 per cento della popolazione e l’Osservatorio sui conti pubblici italiani dell’Università Cattolica ha fatto i conti al posto suo: circa 3,14 milioni di extracomunitari da spingere fuori, con una spesa che l’Osservatorio stima in oltre 300 miliardi di euro, in un Paese che nel 2025 ha contato 675 rimpatri volontari assistiti.
Resta Matteo Salvini. Ieri a Pontida gridava «fuori dalle scatole, uno per uno» contro gli stranieri che commettono reati, e annunciava che chiederà un congresso straordinario a ottobre per verificare, «per alzata di mano», se il partito si fida ancora di lui. Venerdì a Torino perfino Vittorio Feltri, consigliere regionale di Fratelli d’Italia, ha detto che Vannacci «si è magnato la Lega come antipasto». Amen.
Il volo per Bangui
Il Guardian la chiama Nika, nome di fantasia per proteggere la famiglia rimasta in Iran: 32 anni, fuggita dopo aver protestato contro il regime, più di un anno chiusa in un centro di detenzione americano, poi la protezione riconosciuta da un giudice e la liberazione il 28 maggio. Undici giorni dopo l’Ice l’ha riarrestata durante quello che doveva essere un controllo di routine, e alla sua avvocata Sahar Jalili, che implorava due giorni di tempo, gli agenti hanno risposto che l’ordine del giudice l’avevano rispettato: l’avevano liberata, e di tenerla lontana da un Paese terzo nessuno aveva mai parlato.
L’11 giugno era su un aereo con altri 17 migranti, in manette, diretta a Bangui, capitale della Repubblica Centrafricana, un Paese di cui ignorava perfino l’esistenza e dove il Dipartimento di Stato sconsiglia ai propri cittadini di mettere piede. «Non so niente dell’Africa», ha detto al quotidiano britannico. Laggiù si è presa la malaria. Vive senza passaporto perché l’hanno deportata senza documenti e un poliziotto le ha mimato le manette per farsi pagare: benvenuta nella remigrazione.
Poi c’è Rabbiatu Kuyateh, 58 anni, l’infermiera che durante la pandemia curava i malati di Covid negli Stati Uniti, scaricata in Ghana e da lì trascinata per i capelli su un furgone verso la Sierra Leone da cui era scappata. Ai giornalisti del Guardian l’avvocata di Washington Erica Reilly ha spiegato che la crudeltà e l’impossibilità di raggiungere i clienti, a suo giudizio, sono lo scopo stesso del sistema. Un deterrente, insomma.
Il listino dei Paesi
La regia, racconta il Guardian, è di Stephen Miller, vicecapo di gabinetto della Casa Bianca, e a girare l’Africa con la valigetta è Christian Ehrhardt, il funzionario che guida l’ufficio e ha contribuito a chiudere almeno 13 accordi nel continente. I documenti interni visionati dal Washington Post per la stessa inchiesta mostrano che l’amministrazione ha messo sul piatto almeno 410 milioni di dollari per comprarsi gli accordi: 30 milioni destinati alle operazioni dell’Onu in Camerun in cambio di 1.000 persone, che finora sono state 44.
In Centrafrica, secondo il database federale citato dal Guardian, i fondi americani girati all’Oim, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, sono saliti a 85 milioni contro i 14 del picco sotto Biden. Washington giura di deportare criminali, eppure la maggioranza dei 35 Paesi firmatari ha messo per iscritto di rifiutare chi ha precedenti violenti, e le persone intervistate dal Guardian dicono di non averne affatto.
Venerdì la Corte d’appello federale del Primo circuito, a Boston, ha stabilito all’unanimità che la politica è illegittima, perché nega alle persone il tempo di sapere dove le mandano e di opporsi. Il Dipartimento della Sicurezza interna ha risposto con una nota riportata dal Guardian: “La politica di deportazione verso Paesi terzi continua”. Appunto.
Ecco la remigrazione quando scende dal palco e diventa amministrazione: ventiquattro ore di volo in catene, un Paese sconosciuto, la malaria, un listino prezzi con governi come quello centrafricano e un ufficio federale che si è preso il nome in prestito dal lessico dell’estrema destra europea. Qui da noi Vannacci e Salvini se la contendono come una bandierina, chi l’ha detta per primo e chi la grida più forte. Negli Stati Uniti hanno smesso di discuterne e l’hanno fatta, e il risultato ha già una parola italiana più vecchia ed esatta: deportazione.