Riarmo Ue per l’indipendenza militare europea? Leggete qua. Il primo F-35 della Germania è stato consegnato dodici giorni fa a Fort Worth, in Texas, nello stabilimento della Lockheed Martin, e resterà in America: insieme ad altri sette aerei finirà alla base di Ebbing, in Arkansas, dove si addestreranno i piloti della Luftwaffe, mentre i primi caccia arriveranno alla base di Büchel solo dal 2027. Il ministro della Difesa Boris Pistorius ha salutato «l’inizio di una nuova era». Nuova era, fornitore di sempre. A Büchel quei 35 aerei porteranno le bombe nucleari B61 fornite dagli Stati Uniti.
È questo il riarmo che Bruxelles vende come autonomia strategica. Il piano ReArm Europe da 800 miliardi, ribattezzato Readiness 2030 per suonare meno bellicoso, si scontra con i dati che lo Stockholm International Peace Research Institute (Sipri) ha pubblicato a marzo: fra il 2021 e il 2025 gli Stati Uniti hanno fornito il 58 per cento dei grandi sistemi d’arma importati dai 29 Paesi europei della Nato e a fine anno 12 Stati europei avevano 466 F-35 ordinati o in preselezione. Del resto l’Unione lo aveva messo per iscritto il 21 agosto 2025, nella dichiarazione congiunta con Washington sui dazi americani al 15 per cento: al punto 7 l’Ue “pianifica di aumentare in modo sostanziale” gli acquisti di equipaggiamento militare dagli Stati Uniti.
Riarmo Ue, i conti di Lussemburgo
Il 3 settembre la Corte dei conti europea ha pubblicato la sua analisi sulla politica di difesa dell’Unione, e fra gli ostacoli alla prontezza entro il 2030 ha messo, accanto ai sistemi nazionali frammentati e alle strozzature industriali, la “continua dipendenza dagli Stati Uniti“. Sulla base di uno studio esterno i revisori hanno ricordato che dall’invasione russa dell’Ucraina a giugno 2023 il 78 per cento degli acquisti militari dei Paesi Ue è avvenuto fuori dall’Unione e il 63 per cento negli Stati Uniti, cioè proprio dal fornitore da cui il riarmo doveva affrancare il continente.
Lunedì l’inchiesta di Investigate Europe, realizzata con Arte e Rtp, ha messo in fila il resto: gli eserciti europei usano 178 sistemi d’arma contro i 30 delle forze armate statunitensi. Il Servizio di ricerca del Parlamento europeo stima che per l’assenza di un approccio europeo integrato si perdano 44 centesimi per ogni euro investito in equipaggiamenti. Poi c’è Safe, il fondo da 150 miliardi di prestiti garantiti dal bilancio Ue a cui hanno aderito 19 Paesi, Italia compresa, che sulla carta impone di tenere in Europa almeno il 65 per cento del valore dei componenti. Solo che, come ha scoperto Investigate Europe, i contratti firmati prima di giugno 2026 possono usare quei prestiti anche per comprare dalle aziende americane. Il commissario alla Difesa Andrius Kubilius l’ha liquidata così con Investigate Europe: «era il modo per arrivare a quello che potremmo chiamare un compromesso». Con chi, è facile indovinarlo.
L’Italia non fa eccezione
Qui da noi il conto è ancora più sbilanciato. Secondo il Sipri, fra il 2021 e il 2025 il 93 per cento delle armi importate dall’Italia è arrivato dagli Stati Uniti, e il Documento programmatico pluriennale della Difesa 2024-2026 ha portato la flotta di F-35 da 90 a 115 aerei, 25 in più per 7 miliardi, motori e supporto fino al 2035 compresi. Intanto, come ha scritto Investigate Europe, il governo ha deciso di portare la spesa militare da 45 a 61 miliardi nei prossimi due anni, con il debito pubblico al 138 per cento del Pil a marzo. Un governo di “patrioti”, che compra americano più di nove volte su dieci.
A Washington, almeno, la chiamano con il suo nome. Il 6 febbraio Donald Trump ha firmato l’ordine esecutivo 14383, che istituisce una “America First Arms Transfer Strategy”. A Bruxelles lo stesso flusso di denaro continuano a chiamarlo autonomia strategica, mentre i piloti del primo caccia tedesco impareranno a pilotarlo in Arkansas.