La riforma dell’Irpef è una mancetta. Ma viene celebrata dai giornaloni. I micro risparmi previsti non saranno per tutti. E con l’addio al Bonus Renzi in tanti ci rimetteranno

Riforma Irpef Franco
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La montagna ha partorito il topolino, e lo ha partorito pure maluccio: sugli otto miliardi in manovra destinati al taglio delle tasse stanziati dal “Governo dei Migliori” (leggi l’articolo), guidato nientedimeno dall’ex numero uno della Bce Mario Draghi che ha voluto ministro dell’Economia il direttore generale della Banca d’Italia – l’amico Daniele Franco – ci si aspettava decisamente di più che un modesto compromesso. Con lacune ed evidenti criticità, a partire dalla poca chiarezza visto che del previsto riordino delle detrazioni, che hanno un peso enorme sulla fiscalità complessiva, si sa pochissimo e in ogni caso, con l’esiguo investimento di 8 miliardi (uno, al posto dei due previsti, per il taglio dell’Irap, 7 per l’Irpef) l’effettiva riduzione delle tasse per i ceti medi – perché così è stata presentata – stando ai calcoli è ben poca cosa.

Anzi, per modificare le cinque aliquote Irpef esistenti lasciando invariate la più bassa e la più alta, e abolendone una delle tre intermedie (quella al 41%) a salire di 5 punti è l’aliquota per chi guadagna 2500 euro al mese: non certo un Paperone, considerando il costo della vita soprattutto nelle grandi città. A pensarla così però, fra le forze politiche, è ovviamente solo l’opposizione (in particolare la leader di FdI Meloni) poiché tutti i partiti della maggioranza, dai renziani di Italia Viva alla Lega, hanno esultato: persino Renzi che si è visto cancellare i suoi famosi 80 euro (diventati poi 100) e Salvini che si è sempre proposto all’elettorato come colui che voleva salvaguardare il ceto medio e le partite Iva, si sono detti soddisfatti. A supportare il loro entusiasmo, ça va sans dire, i grandi giornali, che in verità da tempo ci hanno abituato a lodi sperticate e titoloni agiografici nei confronti di tutto ciò che fa Draghi, l’uomo della Provvidenza.

VIETATO CRITICARE DRAGHI. A guidare la classifica dei fan draghiani, i quotidiani del gruppo Gedi con La Repubblica che all’indomani dell’accordo trovato in maggioranza apre in prima con il titolo “Giù l’Irpef risparmi fino a mille euro”, con un catenaccio altrettanto elogiativo salvo un blando accenno al fatto che sia Confindustria che i sindacati hanno aspramente criticato la misura. Stessa solfa su La stampa che titola in prima “Giù le tasse al ceto medio l’Irpef cala di sette miliardi”. Pone l’accento sui presunti benefici anche il principale quotidiano economico italiano, Il sole 24ore, che nonostante la posizione dell’editore Confindustria, titola in prima “Nuova Irpef, risparmi fio al 7,5%”.

Più neutro il Corriere della Sera, che richiama di taglio la notizia: “Fisco, l’accordo per ridurre a 4 gli scaglioni Irpef”. Per leggere qualche critica ragionata bisogna sfogliare i quotidiani di area centrodestra con il direttore Bechis che su Il tempo nel suo editoriale dal titolo “Una riformina che serve poco. Il premier non vuole decidere”, “osa” mettere in dubbio la reale capacità di incidere sulle tasche degli italiani della misura by Draghi e apre il suo giornale titolando in prima “Draghi offre un caffè” (ogni tre giorni, si specifica nel pezzo). Su Libero (stesso proprietario del Tempo, cioè Angelucci) invece si rimane sul vago: “Cambiano le tasse. Eco chi ci guadagna”.

Il Giornale parla esplicitamente di “Sforbiciatina alle tasse” (questo il titolo in prima) con un dettagliato articolo di Forte che mette in evidenza, fra le altre cose, tutti i nodi irrisolti dell’intesa sulla riforma fiscale. A sinistra il Manifesto critica il provvedimento titolando in prima “Me ne infisco” ponendo l’accento sul fatto che, a loro giudizio, ad essere penalizzate sarebbero le fasce più deboli.