Riforme, tregua dem sul nuovo Senato. Renzi apre sull’elettività. Ma la minoranza non si fida e chiede di agire

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Dopo che Matteo Renzi ha tirato fuori i muscoli e fatto capire a tutto il Pd, minoranza compresa e in primis, di avere i numeri (anche se traballanti) sulla Riforma Costituzionale per potersi muovere senza preoccuparsi di gufi, rosiconi e fronde, ora apre alla mediazione. Il tutto nel tentativo di tenere insieme il partito, sotto la sua egida e, soprattutto, controllo. E così, dopo giorni di scontri a mezzo stampa, le due anime del partito provano ora a trovare una via d’uscita all’impasse sulla riforma del Senato. Il premier, infatti, sarebbe pronto a valutare modifiche delle parti del ddl che non sono state già approvate in doppia lettura conforme, per evitare di perdere per strada una parte dei suoi. I ben informati dicono,  in realtà, che l’obiettivo sia a lunga gittata: a Renzi serve avere una maggioranza solida soprattutto per il prossimo appuntamento, gravoso, della legge di stabilità.
IL NODO
L’apertura d’altronde era nell’aria già da due giorni. Il primo a rispondergli è stato Pier Luigi Bersani, l’ex segretario del partito e leader della minoranza: “Sarebbe davvero una buona cosa”, ha scritto su Facebook. “Bisogna che siano i cittadini-elettori a decidere e questo può essere affermato dentro l’articolo 2. È su questo che si vuole ragionare, seppur chirurgicamente? Bene”. Primi segnali di un tavolo che va avanti da alcune ore. Il nodo della contesa, infatti, resta l’elezione diretta dei senatori: non è prevista dalla riforma, ma la minoranza si batte perché venga inserita con un emendamento. La mediazione potrebbe essere quella di intervenire sul comma 5 dell’articolo 2, come confermato dagli stessi renziani, inserendo la possibilità per gli elettori di indicare, tra i rappresentanti locali, quelli destinati a occupare un seggio nel nuovo Senato. Un’ipotesi, questa, che è stata confermata anche dalla presidente della commissione Affari costituzionali Anna Finocchiaro, per la quale “è impossibile che il Pd, la più vasta e radicata comunità politica del Paese, non sia in grado di applicare al proprio dibattito interno il principio di razionalità politica e giungere a una decisione comune. Sono convinta che ci siano tutte le condizioni e la Direzione del Pd di lunedì è un passaggio importante”.
L’AVVISO
Nelle prossime ore, dunque, il Pd cercherà di risolvere le diatribe interne per non dare segni di cedimento all’appuntamento di lunedì in direzione al Nazareno. “Le soluzioni sono tante”, ha commentato, aprendo al dialogo, non a caso il capogruppo alla Camera Ettore Rosato, “l’importante è che ci sia la volontà di tenere fermo il principio che il Senato deve essere costruito con le istituzioni locali. Poi la nostra volontà di dialogo è sempre stata dimostrata nei fatti”. A questo proposito tra i primi interventi della mattina in Aula, c’è stato quello della senatrice Doris Lo Moro, rappresentante della minoranza Pd, che è tornata a parlare del nodo dell’emendabilità dell’articolo 2 e delle divisioni sempre più profonde che si continuano a registrare nel partito. “Io – ha detto – sono per un voto unitario del Partito democratico ma sono anche per soluzioni che siano ineccepibili. Lo rivendico da tecnico: non potrei mai votare una soluzione pasticciata che il giorno dopo dovrei difendere sul territorio”. Renzi avvisato, mezzo salvato.