Ritorno alla normalità. Il successo più bello di Sanremo. Il Festival conquista gli italiani. E spinge la ripartenza che aspettiamo

Sanremo Amadeus
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Ripartenza consapevole e orgoglio nazionale nella “normalità” di un colossal: questa la Settanduesima edizione del festival italiano per eccellenza: Sanremo. L’immagine dell’Ariston con i palloncini al posto degli ospiti in platea è un doloroso ricordo e la capienza piena recuperata dal teatro fa correre un brivido lungo la schiena se si pensa allo choc che la pandemia è stato, e in parte ancora è, anche a livello psico-emotivo.

In una intelligente battuta che ha strappato al pubblico una risata amara, Fiorello ci ha informati dei numerosi tamponi quotidiani che la Rai gli infligge per mano di scrupolosissimi operatori che gli “ravanano” le narici per garantire la sua presenza booster simil-Mattarella-bis sul palco. Ma anche essere a pochi metri da quel palco, o dietro le quinte, significa compiere dei piccoli-grandi gesti che consentono agli ingranaggi di questa macchina perfetta di funzionare puntualmente.

La prima cosa di cui si accorge nel foyer è di non poter lasciare in guardaroba il proprio soprabito per ragioni di sicurezza sanitaria, essendo poi costretti a tenerlo per l’intera durata della serata sulle proprie gambe a mo’ di antiestetica ma utile coperta. Per non parlare di quando ti passa accanto, sempre nei 2 metri di distanziamento, il tuo cantante preferito e non puoi scattare un selfie o chiedere l’autografo perché “così vuole il regolamento”.

Certo, estremamente punitivo se commisurato all’idillio del passato in cui tutto era possibile senza restrizione alcuna. Eppure, le limitazioni di questo nuovo codice comportamentale e sociale impostoci dalla pandemia sono cancellate dalla gioia di tornare a godere in presenza dell’intrattenimento e della leggerezza mai superficiale che la kermesse sanremese ha garantito nei decenni anche ai nostri padri che, come noi, uscivano da una guerra fieri della loro italianità.

IL MESSAGGIO. E sì, perché Sanremo risveglia oggi più che mai questo sentimento di fierezza e orgoglio nazionale: concetti questi che qualche partito politico ha maldestramente provato a fare propri tradendone il senso. Trattasi invece di una dimensione collettiva che ci emoziona e unisce come quando, ad esempio, tornano ad esibirsi in quello stesso teatro che li ha visti vincitori i Maneskin. Non hanno bisogno di descrizioni, tutti conosciamo la loro storia e il successo internazionale che li ha portati a girare il mondo sino ad “avere in rubrica il numero telefonico di Mick Jagger” come ha ironizzato il fuoriclasse Amadeus quando ricordava dell’apertura del concerto dei Rolling Stones fatta dai Maneskin.

Eppure, accanto a questi giovani che conquistano la scena internazionale, su quel palco (addirittura in gara) vediamo dei “grandi vecchi” della nostra musica come Gianni Morandi che, accendendo la platea come pochi, ci ricordano come la grinta e la personalità non siano mai una questione anagrafica. Il Festival con la sua identità nazional-popolare ci “costringe” senza volerlo non solo a riflessioni di questo tipo, ma anche ad altre di grande utilità socialità come ad esempio la centralità del Green nelle politiche del nostro Paese.

Entrando all’Ariston, io che con grande vanità mi accingevo a calcare il red carpet, mi sono ritrovata con i miei tacchi in un morbido tappeto erboso rigorosamente verde. La liturgia è cambiata e un’occasione così prestigiosa, come ha fiutato sapientemente la Rai, non poteva non essere usata per sensibilizzare a temi così importanti. Come ad altri. Attendiamo con ansia questa serata, la terza per essere precisi, per vedere la comprimaria (che però vuol essere chiamata “valletta”) di Amadeus: la mitica Drusilla Foer.

Il suo essere sul palco è il più grande successo simbolico contro le discriminazioni. Però, siccome la vita vera non si nutre solo di simboli, noi speriamo che ci siano sempre più Drusilla ovunque. Questo un piccolo assaggio del Festival che, lungi dall’essere la casa del politicamente corretto, si rivela il “colossal della normalità”.

Visto dallo schermo di un televisore ci si immagina la vastità di uno spazio in cui regna la perfezione della finzione, invece “da dentro” ti rendi conto che in quel piccolo teatro di città c’è la competenza e la professionalità di persone che indipendentemente dalla loro sessualità, dalla loro età, dai loro gusti concorrono come gli ingranaggi di un orologio svizzero a battere il tempo alla perfezione. Il tempo di tornare a sorridere e gioire insieme.