Dal palco della Festa dell’Unità di Reggio Emilia una ragazza di ventotto anni ha detto quello che in questo Paese si può pensare in silenzio e a quanto pare è proibito pronunciare. Virginia Libero, segretaria dei Giovani democratici, l’ha detto così: «Non saremo noi i soldati delle vostre guerre. Se queste destre ci porteranno a un vero conflitto, alle armi andateci voi. Perché noi organizzeremo i disertori». Apriti cielo. Per rimproverarla, come ha scritto ieri Marco Damilano su Domani, hanno scomodato l’avvento del fascismo, il biennio rosso e i bolscevichi.
L’eurodeputato del Pd Giorgio Gori ha fatto di più e ha arruolato i partigiani: organizzare i disertori, ha scritto, “non è quello che fecero i giovani che scelsero di partecipare alla Resistenza”, e poi ha tirato in ballo l’articolo cinquantadue della Costituzione, quello sulla difesa della Patria come sacro dovere. Ecco, vale la pena fermarsi qui, perché è esattamente qui che la Resistenza viene presa, ripulita e rivenduta come volantino di reclutamento. Giorgio Beretta, della Rete Italiana Pace e Disarmo, gli ha risposto su X che quei giovani erano disertori e renitenti alla leva della Repubblica di Salò, e che per questo venivano condannati alla fucilazione. E Gori, secondo il Fatto Quotidiano, da ragazzo fu obiettore di coscienza. Proprio lui.
Marco Revelli, politologo, figlio di quel Nuto Revelli che la Liberazione l’ha fatta davvero, ieri sul Fatto Quotidiano ha chiamato “una bestemmia” questa equazione fra Resistenza e armi. La Resistenza era spontanea e volontaria, ha spiegato, ad arruolare i ragazzi con la forza erano i repubblichini, il grosso delle armi i partigiani lo conquistavano in battaglia, e poi, domanda lui, ve lo immaginate Ferruccio Parri che gira il mondo parlando solo di armi o chiedendo soldi? E ha aggiunto che quando parliamo di dare armi a Kiev parliamo di governi che cedono armamenti a un altro governo. Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Corte costituzionale, sabato sera su La7 ha messo il resto: la guerra offende l’uguaglianza, perché c’è sempre qualcuno che la fa fare ad altri, e la Resistenza fu una guerra contro la guerra, combattuta da chi la guerra la rifiutava.
Mettiamolo agli atti: l’invasione russa dell’Ucraina è illegale, e l’ha condannata l’Assemblea generale delle Nazioni Unite il due marzo del duemilaventidue, con centoquarantuno voti. Solo che prima di distribuire patenti di putinismo con tanto zelo converrebbe ricordarsi chi erano gli amici di Vladimir Putin. Il vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini, leghista, la faccia dello zar se la portava stampata sulla maglietta, in Piazza Rossa, nel duemiladiciassette. Nel marzo del duemilaventiquattro, con l’invasione in corso, ne commentava la rielezione spiegando che quando un popolo vota ha sempre ragione. Silvio Berlusconi, nell’ottobre del duemilaventidue, raccontava ai suoi deputati di aver ricevuto da Putin venti bottiglie di vodka e una lettera dolcissima, ricambiate con il Lambrusco. Chi oggi fa l’esame del sangue ai pacifisti potrebbe cominciare da lì.
Poi arriva la domanda di rito: e allora voi cosa proponete? È una domanda furba, perché scarica l’onere su chi non decide niente. Le risposte le devono dare i governi, quelli che da quattro anni e mezzo fanno la guerra per procura, comodamente, sulla pelle degli ucraini, e che intanto decidono lontano dal Parlamento. Il nostro governo, per dire, da marzo tiene quattrocento militari dell’Aeronautica nel Golfo senza un voto specifico delle Camere, come denuncia la Rete Italiana Pace e Disarmo. Le proposte, a guardar bene, arrivano da chi non governa: oltre cinquantamila cittadini hanno firmato la legge di iniziativa popolare per un Dipartimento della difesa civile non armata e nonviolenta.
Noi rivendichiamo il diritto di dirlo ad alta voce: questa strategia di difesa dell’Ucraina continua ad apparire più amore per la guerra che ostinazione a liberarla dalla guerra. E chi usa i partigiani per zittire una ragazza di ventotto anni della Resistenza sta reggendo il fucile.