Ormai è rimasto solo Salvini a difendere il fascio-leghista. Per il segretario del Carroccio Durigon deve restare al Mef. Silenzio dal premier e dal Tesoro

SALVINI DURIGON
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Mentre M5S, Leu e Pd da giorni chiedono a gran voce le dimissioni del leghista Claudio Durigon – ieri anche la capogruppo dem alla Camera Debora Serracchiani ha dichiarato senza mezzi termini che i parlamentari del suo partito, come da regolamento chiederanno al presidente Mario Draghi di invitare il sottosegretario alle dimissioni e, in caso di suo rifiuto, di revocargli le deleghe – la Lega, o meglio il suo segretario federale, tenta una difesa, a questo punto decisamente in solitaria.

“La sinistra chiede le dimissioni di chiunque un giorno sì e un giorno no. Durigon è bravissimo, è il papà di ‘Quota cento’. Chi è di Latina sa di che vicenda si tratta: il parco era intitolato a Arnaldo Mussolini, non a Benito, e la sinistra poi gli ha cambiato il nome. Durigon aveva chiesto al sindaco di occuparsi di immondizia e non di cambiare i nomi ai parchi, nessuna nostalgia del passato”, ha argomentato Matteo Salvini mercoledì sera a Zona Bianca su Rete4 ma a seguirlo sia nel partito che fra gli alleati, sono ben pochi.

Fra questi il fedelissimo Nicola Molteni che pur prendendo le distanze dalle parole pronunciate nel comizio a Latina da Durigon (“Io a casa mia non intitolerei mai un parco a Mussolini o al fratello di Mussolini e intitolerei invece 100 parchi alla memoria di due grandi eroi del nostro paese quale Falcone e Borsellino”) non “vede l’esigenza di un passo indietro” del suo collega di partito finito nel mirino per le sue dichiarazioni ritenute unanimemente del tutto fuori luogo.

Ma del resto non è certo una novità che nella vecchia guardia della Lega, quella legata alle origini del partito nato come “sindacato del Nord” la repentina ascesa dei “nuovi” salviniani, coincisa col boom di consensi del Carroccio targato Matteo – questo va riconosciuto – non sia mai stata veramente vista di buon occhio. Accettata di buon grado, semmai. E in ogni caso in passato altri sottosegretari leghisti finiti nella bufera (Rixi e Siri) si sono dimessi.

Tacciono sulla questione i ministri della Lega (per ovvie ragione) e tacciono pure i governatori (Zaia, Fedriga e Fontana in primis ma anche gli altri). Silenzio da Forza Italia, se non fosse per la posizione, al momento isolata di Elio Vito, che da subito si è unito al coro del centrosinistra nell’invocare un passo indietro, e anche ieri si è detto “sempre più convinto della necessità delle dimissioni del sottosegretario Durigon” e pure “sempre più convinto che dovrebbero essere proprio la Lega e tutto il centrodestra a chiederle, senza lasciare l’iniziativa alla sinistra o mettere in difficoltà il presidente Draghi”.

Che al momento non ha ufficialmente preso posizione, così come il ministro dell’Economia Daniele Franco a cui di fatto spetta eventualmente il ritiro delle deleghe. Altra cosa è la revoca: la legge disciplina solo la nomina dei sottosegretari, ma si ritiene che per la revoca dell’incarico si debba seguire, a ritroso, la stessa procedura. Quella prevista dalla legge sull’attività di governo, la 400 del 1988, in particolare l’articolo 10 che prevede che “i sottosegretari di Stato sono nominati con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri, di concerto con il Ministro che il sottosegretario è chiamato a coadiuvare, sentito il Consiglio dei Ministri”.

La formula “sentito il consiglio dei ministri” significa che un eventuale voto non sarà determinante. Il voto, in realtà, non è neppure previsto dalla procedura di nomina quindi non è obbligatorio. In ogni caso la nomina – e quindi anche la revoca – di un sottosegretario avviene con un decreto del presidente della Repubblica.

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