Doveva essere una formalità, invece la conferma di Giovanni Melillo alla guida della Direzione nazionale antimafia sta diventando un vero caso. Il consiglio giudiziario aveva già dato parere “pienamente favorevole” e la delibera parlava di “nessun dato ostativo”. Però, al plenum del Csm è arrivato l’esposto di Nino Di Matteo, e la pratica è slittata alla prossima settimana.
Tutti all’oscuro
A chiedere il rinvio, “a nome di tutta la commissione”, è stato il presidente della Quinta, il relatore Felice Giuffrè: in mattinata era pervenuto un atto di Di Matteo “direttamente e informalmente” ai componenti e alla segreteria. Fino a quel momento la commissione non l’aveva visto. Depositato il 13 ottobre alla Settima commissione e alla Procura generale della Cassazione, l’esposto era finito al Comitato di presidenza, che aveva deciso di non darlo in visione perché già all’esame del pg. Il vicepresidente Fabio Pinelli ha poi informato il Consiglio che il procuratore generale ha in corso “un’attività di vigilanza”, coperta da “assoluta riservatezza”.
L’accusa di Di Matteo: “Svuotamento delle funzioni del gruppo stragi”
Cosa contesta Di Matteo a Melillo? In una decina di pagine, il sostituto della Dna ed ex pm della Trattativa parla di “paralisi sostanziale” e di “svuotamento delle funzioni” del gruppo stragi, il pool che coordina le indagini delle Procure di Caltanissetta, Palermo e Firenze sul 1992-93. Il gruppo “nella sostanza è stato privato delle funzioni per le quali era stato istituito”, scrive, per una “mancata circolazione delle notizie” che limiterebbe le informazioni al procuratore e a sostituti scelti fiduciariamente. Lo chiama metodo delle conoscenze “a compartimento stagno”.
Una riunione l’anno…
Le contestazioni hanno date precise. Nel 2025 il gruppo si sarebbe riunito una sola volta, il 2 aprile, e poi il 5 marzo 2026, su proposta di Di Matteo. L’8 gennaio 2026, alla Dna, una riunione sulle stragi con magistrati di Caltanissetta e Firenze si è tenuta senza convocare lui e Franca Imbergamo.
I due avevano protestato e Melillo ha convocato una plenaria dell’intero ufficio, il 20 gennaio, che Di Matteo descrive come una sorta di “processo” a suo carico e il cui verbale è stato classificato come riservato. Di sviluppi su mafia-appalti, pista nera e omicidio Mattarella, sostiene, avrebbe saputo solo dai giornali. In quella plenaria Melillo avrebbe definito le accuse “infondate ed erronee”, difendendo la collaborazione tra Dna e procure distrettuali.
Uno scontro che riporta alle stragi del ‘92 e alla commissione Antimafia
Perché lo scontro? Sul piano formale riguarda l’organizzazione dell’ufficio. Ma sotto c’è la lettura delle stragi. Di Matteo teme una “riscrittura minimalista e fuorviante” del 1992-94, che vede emergere anche in Commissione antimafia.
Il nodo è il filone mafia-appalti: il procuratore di Caltanissetta Salvatore De Luca ha riferito in Commissione parlamentare Antimafia di aver informato Melillo della sua impostazione, mentre secondo l’esposto il pool ha ricevuto i contenuti della richiesta di archiviazione solo dopo la divulgazione sui media. Il M5S chiede alla presidente Chiara Colosimo di sentire entrambi.
I precedenti
Di mezzo ci sono anche i precedenti. Di Matteo era già stato estromesso dal pool nel 2019, da Federico Cafiero de Raho, per un’intervista a La7. Nel 2022, da consigliere del Csm, votò Nicola Gratteri contro Melillo, nominato con 13 voti. Lui scrive di muoversi “non certo per interesse personale o di carriera”. Ora si ipotizza anche una pratica in Prima commissione sulla compatibilità ambientale.